Nella mia memoria, questa piccola scrivania si collocava subito a destra della porta di ingresso, in una stanza tutto fare dove zia Stella spesso sedeva a scrivere senza curarsi di ciò che accadeva intorno. E intorno non accadeva gran che se non nei brevi periodi in cui noi nipoti scorrazzavamo per casa sotto l’occhio vigile di zia Vincenzina.
Il chiodo, sottile e di ottone brunito, infisso sul montante di un piccolo scaffale portalettere, era lì per sostenere un mazzetto di chiavi di pertinenza esclusiva di zia Stella. Non le chiavi di casa che ricordavano piuttosto quelle di San Pietro e invece erano gestite da zia Vincenzina che ogni sera, prima di caricare la pendola, serrava il portone come una cassaforte, con più mandate su due serrature. Quello di zia Stella era un mazzetto di chiavi gentile, che poteva riguardare uno scrigno, o almeno così immaginava la mia fantasia che ora rivive nel ricordo.
Zia Stella insegnava ad una classe sesta, l’ultimo grado raggiungibile dai ragazzini con la giacca più grossa di loro, prima di andare a lavorare. E lavorare voleva dire fare il contadino o il pescatore o imbarcarsi sulle navi transatlantiche che, fin dove posso ricordare, ancora gestivano i collegamenti tra i continenti. Gli uomini di metà paese erano imbarcati e per mesi erano lontani dalla famiglia. Forse erano stati tutti alunni di zia Stella che riceveva spesso le loro cartoline di saluto, e quando tornavano, a volte le portavano un regalo da qualche paese lontano, magari dagli Stati Uniti, insieme alle notizie di qualche famiglia del paese emigrata tempo prima.
Quei regali spesso finivano a noi, gli unici nipoti, che li accoglievamo come esotici, noi che a Roma non avevamo un canale così diretto con il mondo lontano. Così ci godevamo, in genere a Natale, i cioccolatini Nestlé, a forma di goccia, avvolti in carta stagnola da cui usciva una fettuccia sottile che tirata permetteva di scartarli, o giocavamo con un piccolo caimano imbalsamato arrivato chissà da dove, o restavamo a guardare i dettagli dei decori di un piccolo albero di Natale artificiale che si illuminava a intermittenza. Fu per noi il primo esempio di albero tecnologico che anticipava, dalle lontane Americhe, quelli che avremmo conosciuto in seguito. Il piccolo albero sarebbe rimasto protagonista del Natale per molti anni, prima che una qualche mareggiata lo spazzasse via insieme ad ogni altro oggetto ricordo.
Così, noi romani, che l’America e i suoi cow boy la frequentavamo attraverso il cinema, grazie ad una triangolazione che aveva il suo terzo vertice nel paesino lontano della Calabria, entravamo in contatto con i dettagli di un’America più quotidiana, mediata dagli alunni di zia Stella che restavano a lei legati per affetto, e spesso anche perché la zia faceva da tramite con le loro madri che venivano a farsi leggere e scrivere le lettere. Le ricordo, le signore vestite di nero che di tanto in tanto sedevano di fronte alla scrivaniola e qualche volta accettavano il caffè che zia Vincenzina offriva loro impeccabilmente. Parlavano in dialetto e io mi chiedevo se zia Stella trascrivesse alla lettera le loro parole o mettesse in bella il nòcciolo di ciò che volevano dire. Sono ricordi in bianco e nero accompagnati, come colonna sonora, dalla musica di parole indecifrabili, di espressioni accorate, del vociare sommesso e confidenziale con cui le ospiti di zia Stella esprimevano il loro stato d’animo. A volte si rivolgevano a me che non capivo cosa dicessero e rimanevo un po’ rigido, imbarazzato per l’immancabile bacio di saluto con quel loro viso umido contro il mio. Zia Vincenzina controllava severa che dopo non mi strofinassi la guancia con la mano per cancellare il fastidio.
Erano i primi anni cinquanta e sotto i miei occhi si svolgeva un tratto di storia del sud d’Italia, ma io fantasticavo sul mazzo di chiavi appese al chiodino che sfidava il tempo, e continuavo a chiedermi a quali misteri permettessero l’accesso.


Nessun commento:
Posta un commento