ALTA VELOCITÀ

Direi che non è nemmeno colpa del ministro  Salvini se le FS non hanno ancora risolto il problema che  incontriamo da sempre quando su un treno cerchiamo di usare la toilette.
E la  freccia rossa, gioiello pubblicizzato con tanto orgoglio,  non manca all'appello dei treni sui quali bisogna vagare tra le carrozze prima di trovare un servizio più o meno funzionante.
La faccenda fa parte ormai del folclore ferroviario nostrano e, che io ricordi, è sempre stato così. Le frecce hanno sostituito il pendolino (ricordate? altro gioiello dell'alta velocità) ma non è cambiato nulla. Così quando, intorno a Capodanno, viaggiando da Roma a Trento, mi sono trovato di fronte al solito problema mi sono ricordato di un mio sonetto in romanesco (del 1998, pensate un po') che riproduco qui sotto ... la sintesi è che con l'alta velocità le toilette non sono più necessarie, dai tempi del pendolino, appunto ...


ARTA VELOCITÀ

Mo so' tre vorte che sur pennolino
quanno che vado ar cesso trovo rosso,
e tutt'er treno, quant'è longo e grosso
nun te permette manco 'n bisognino.

N'amico mio che bazzica er settore,
Luiggi (lui che sa come e quarmente)
m'ha spiecato che nun capisco gnente
de li progressi der locomotore.

"L'arta velocità," dice "ar contempo
cia er cesso che nun serve più pe' 'n cazzo
pe' via che pisti e che guadambi tempo.

La faccenna se spieca in un momento:
a Roma monti e parti come un razzo,
a Bologna te scappa ... E pisci a Trento!"







La signora del gelato

La signora sulla torre
ha un gelato nella mano
(sarà il sogno americano
che si chiama libertà?)

Quel gelato rappresenta
(forse è falso, forse è vero)
quel bel sogno del pensiero
che non vuol morire mai?

Certo è un fatto che con tutto
quanto il tempo ch'è passato
il gelato s'è squagliato
e non serve quasi più.


La prima strofa di questa filastrocca è datata 1995 ...  faceva parte della serie di cartoline che avevo l'abitudine di mandare a Giovanni ogni volta che andavo in viaggio ("Filastrocche in Cartolina", che smisi di spedirgli quando raggiunse i dodici anni e mi fece capire che poteva bastare ...). 
Erano più di dieci anni che visitavo gli Stati Uniti a più riprese, lunghe o brevi, e ne apprezzavo la società, il clima disteso e amichevole, le conquiste civili, una filosofia di vita che mi dicevo tesa più a realizzare "come" vivere più che a riflettere sul "perché" vivere ... E anche se io non potevo dismettere il mio idealismo tutto nostrano, apprezzavo il pragmatismo americano e ne godevo i vantaggi.  Non peccavo di ingenuità, sapevo benissimo quali contraddizioni agissero sotto traccia, ma sapevo anche che la Storia arranca tra le contraddizioni e avevo da parte mia una certa coscienza di quelle che agivano nel mio di mondo, infiltrato, per citarne appena una, dall'eterno fascismo cui siamo abituati. Solo che allora sembrava ci si potesse illudere che la Storia, in generale, anche arrancando, procedesse in positivo.
Così potevo, senza offendere nessuno, irridere alla statua della libertà e, di fronte a quella fiaccola stilizzata, concedermi una reazione bambinesca da regalare a Giovanni (toh, guarda, la signora mangia un cono gelato!).
Le altre due strofe le aggiunsi anni più tardi, forse nel 2011, non riesco a ricostruire il perché del pessimismo che esprimono ... in fondo nel 2011 il presidente USA era Barack Obama, la crisi attuale non era prevedibile ... come potei essere inconsciamente così profetico?
A mia (nostra?) consolazione posso però dire che in quelle strofe c'è anche scritto che "quel sogno del pensiero non vuol morire mai" ... 
A proposito, io ho già firmato per il "NO" al referendum, ricordatevi di farlo anche voi ...





Christmas Carol 2025

Ancora un Natale
di guerra
che infiamma e distrugge
la terra.

Io cerco testardo
parole di pace,
ma invece,
mi spiace,
non son più capace,
nel mondo che tace.

E trema il Bambino:
non dorme,
non sogna,
avvolto nel gelo
di questa vergogna.

Natale 2025


Quest'anno la mia Christmas Carol è dedicata a tutti, ma proprio tutti, i bambini del mondo. È un mondo in guerra come non mi aspettavo quando, bambino io stesso, avevo fiducia che nel tempo saremmo andati incontro alla pace.
L'immagine è un particolare di una foto di foto che riporta una pittura murale della Natività (artista ignoto, Cappella di San Martino del castello di Stenico). Lo sguardo mite del bue e dell'asinello mi ricorda quello di John ed è un raro e sommesso messaggio di pace.


Via Coccia di Morto

Tu ce lo sai Marì che all'aeroporto
de Fiumicino, per annà a Freggene,
ce sta 'na strada che conosco bene
e che se chiama "via Coccia de Morto".

'Na vorta me credevo ch'era vero,
da bambino, 'sta strada, che a pijalla
de notte, c'era er rischio de 'ncontralla,
sta coccia bianca cor mantello nero!

Ma mo, che morti n'ho veduti tanti,
che a nominalli nun abbasta voce,
ho 'mparato a trovammela davanti,

co’ quer farcione che nun se dà pace.
E ar monno, ormai lo so, nun ce so' santi,
nun trovi strada che nun cià 'na croce.

                                        Trento 1991


La via e la spiaggia di Coccia di Morto sono note al gran pubblico per un paio di film di questi anni duemila. Per ciò che mi riguarda è una strada che ho incrociato più volte negli anni ottanta e che ha attivato la mia fantasia fino a produrre un ricordo fasullo di quando ero bambino.
In realtà il ricordo non è poi così fasullo perché, al di là del fatto che da bambino non sono mai passato per quella via, le paure di allora le ricordo bene e come ho già raccontato, la Morte personificata ne faceva decisamente parte.
E allora, in questo sonetto del 1991, il ricordo si salda al presente e la paura di una volta si trasforma nella realtà quotidiana ... in romanesco: un altro dei "sonetti gotici" di quegli anni.



Lavagne

La lavagna che ho di fronte è di quelle di una volta sulle quali si scrive col gesso e si cancella con un feltro o uno straccio. Di rado è perfettamente pulita. Succede solo quando la ragazza che a sera passa a sistemare gli studi mi chiede il permesso di cancellare la rete di segni accumulati nei giorni, ed io, dopo aver resistito per mesi, annuisco a malincuore. Allora lei usa un panno bagnato e la superficie della lavagna torna perfettamente nera. Resta solo a volte una specie di grossa pennellata di gesso leggera, uno sbaffo largo quanto lo straccio che passando ha lasciato una traccia di polverino. È ciò che rimane dei granuli di gesso che prima erano disposti a formare segni, appunti, simboli, grafi, equazioni che avrei voluto stessero lì per sempre e sui quali avrei continuato a scrivere cancellando il minimo per ottenere un nuovo spazio.

Sì, passano mesi prima che mi decida ad accontentare la ragazza che, se fosse per lei, cancellerebbe tutto ogni giorno. Ma è difficile rinunciare a quei segni che, anche confusi, cancellati e riscritti mille volte, riflettono pensieri e ragionamenti, idee appena abbozzate, passaggi chiave che utilizzerò prima o poi, ipotesi che so essere illusorie ma a cui non voglio ancora rinunciare e che tengo lì, in attesa di una luce che non arriva. Quella specie di riflesso della mia mente che la lavagna conserva e continua a mostrarmi, alimenta in sottofondo un lavorio, magari inconscio, che spero prima o poi dia i suoi frutti. Poi, quando alla fine mi arrendo, lo straccio bagnato della ragazza azzera tutto e si comincia daccapo. Magari si inizia scrivendo di nuovo quello che rimane ancora in mente e che lo straccio non ha potuto cancellare. 

Quando si collabora con qualcuno, la lavagna mostra i segni tracciati con due grafie diverse ed è specchio di due menti distinte, ma anche produce l'immagine di un’unica mente, diversa dalle singole e capace di parlare ad entrambe.
Qualche decennio fa, io e un amico lavorammo per mesi su una lavagna grande come la parete dello studio, e alla fine, quando raggiungemmo il risultato sperato, non c’era più spazio su cui scrivere. Rimanemmo a guardare i tracciati lungo cui si snodava il procedimento e ci accorgemmo che il percorso che si era sviluppato passo per passo conteneva andirivieni che potevano essere semplificati. Così cominciammo a cancellare i circoli viziosi uno alla volta, e alla fine dell’operazione ottenemmo un percorso limpido e diretto. Come per magia (ci dicemmo) era avvenuta una specie di rivoluzione copernicana e il nostro risultato metteva in luce la struttura nascosta del problema fornendo una soluzione che permetteva di comprendere meglio il fenomeno che descrivevamo matematicamente. Quando dovemmo cancellare tutto, ci dispiacque al punto che facemmo una foto da conservare nel tempo.

Credo che su qualche altra lavagna siano passati eventi certamente più importanti. Spesso immagino che a Los Alamos Enrico Fermi e gli altri del progetto Manhattan discutessero di fronte a lavagne sulle quali si fece la Storia. Allora mi chiedo se anche nel loro laboratorio passasse una ragazza delle pulizie e lasciasse quel solito sbaffo di gesso a cui si riducevano i loro ragionamenti. Chissà se qualcuno di loro si è mai accorto del monito premonitore che quella polvere lanciava a loro e all’umanità intera.





L'apertura del settimo sigillo


La Morte, dunque, col mantello nero e gli occhi vuoti, agitò i miei sogni e diede corpo alle mie paure per tanto tempo, fino a che, per la prima volta, mi trovai di fronte  alla morte vera e propria, di una persona che conoscevo. 
Fu nei giorni intorno ad un Natale, che quella volta passammo in Calabria insieme alle zie. Sarebbero dovuti essere giorni di festa e invece si riempirono di pena. Michele della Posta, l'ufficiale postale del paese, che ricordo come un omone sorridente e mite, se ne andò in un pomeriggio, nel buio di quei giorni brevi, e mi resi conto improvvisamente che non l'avrei più incontrato.
Questo dunque era morire: mi colpì il nulla in cui era entrato, scomparendo a noi e a se stesso, e immaginai un mare senza mare e un cielo senza cielo, senza nessun orizzonte a congiungerli. 
In seguito, uscito dal romanzo dell'infanzia, avrei nel tempo imparato che il nulla in cui entra chi muore, in realtà invade il mondo di chi resta, che si ritrova in solitudine a ripercorrere i luoghi e a interrogare gli oggetti.
Si capisce così che quella mezz'ora di silenzio che si verifica in cielo, all'apertura del settimo sigillo, è in realtà un silenzio senza fine, insopportabile da immaginare.
 

Il settimo sigillo

Sarebbe passato molto tempo perché incontrassi la Morte, così come me la figuravo quando avevo cinque-dieci anni. Infatti l’immagine che me n’ero fatta (da qualche favola, da un quadro medievale, dall'illustrazione di un libro proibito?) aveva proprio le fattezze di quel Bengt Ekerot che ne interpretava il personaggio ne Il settimo sigillo di Bergmann e che avrei incontrato sullo schermo alla fine degli anni sessanta.

Intendo la Morte, con la M maiuscola, il personaggio, non la morte come l’atto di morire. Infatti a quell’età, dell’atto di morire non avevamo paura, anzi ne avevamo visti di cow-boy che morivano nel corso di una sparatoria e cadevano a terra torcendosi. Ed era una nostra arte tutta speciale quella di imitarli nel corso dei nostri giochi: quando si riteneva di essere stati colpiti dal nemico si innescava la finzione scenica della propria morte, spesso al rallentatore e, con la mano sul petto e una smorfia di dolore in viso, cadevamo a terra restando immobili e trattenendo il respiro, supini o bocconi (quest'ultima la posizione migliore per nascondere qualche vibrazione del viso).

La Morte, o il Diavolo, quelli sì che mi facevano paura. E il timore di incontrarli mi faceva correre, per andare da casa mia a quella di Giulio e Mario (un solo piano di scale) facendo gli scalini a due a due, per atterrare con un balzo finale sullo stuoino di fronte alla loro porta e suonare il campanello prima di arrivare a contare fino a tre. Tutte regole codificate per esorcizzare la minaccia, insieme a quella di non pestare le mattonelle rosse che disegnavano una teoria di percorsi sul pavimento delle nostre case.

Non è che fossi sempre attento a queste regole esorcistiche, ma in situazioni particolari sentivo il bisogno di sfidare il soprannaturale, forse solo per rassicurarmi che potevo farcela. Una volta sognai che, percorrendo con un triciclo la zona franca del pavimento, commettevo l’errore di toccare con la ruota una mattonella rossa, provocando l’apparizione del Diavolo che mi assaliva cercando di colpirmi con una piccola forca (forse proprio una forchetta da cucina). Ingaggiavamo una colluttazione, come nella lotta libera che fingevamo di praticare nei nostri giochi, e io riuscivo ad afferrargli il polso, torcergli la mano e affondare la sua piccola forca nel suo stesso petto.

Così il Diavolo moriva come l’indiano che aveva aggredito Gregory Peck nel film L’avamposto degli uomini perduti: la nostra esperienza di guerre e morti diurne mi era venuta in soccorso all’interno del sogno.

* La foto è classica, tratta dal webb.

Il pilota

Era un volo interminabile, molti anni fa. Ricordo vagamente il contesto, ma di certo l’aereo non era uno di quelli giganteschi con lunghe file di sedili e sedevamo, io e il mio sconosciuto compagno di viaggio, su due poltrone all’altezza dell’ala, lui dalla parte del finestrino, io da quella del corridoio.
Al momento di sederci ci eravamo scambiati un saluto breve, così, senza presentarci, giusto per avviare bonariamente la convivenza durante quelle lunghe ore di viaggio. Lui era un tipo leggermente azzimato: capelli corti, barba cortissima e ordinata, vestito sportivo. Un pignolo, mi dissi quando si sedette mettendo ordine tra le sue cose e concentrandosi ad annotare qualcosa su un taccuino che non riuscii a sbirciare. Quando, dopo il decollo, ci offrirono qualcosa da bere, lui chiese solo un bicchiere d’acqua, con fare categorico (- just water! - disse agitando la mano come a impedire qualunque tentazione o contaminazione).
Dopo un’ora di viaggio si mise a guardare dall'oblò, poi si voltò verso di me per farmi notare che lungo l’ala correvano alcuni i rivoli di liquido e mi disse:- guardi, perdiamo carburante ...- 
Risposi che non credevo si trattasse di carburante, ma della condensa che di solito si forma sulle ali degli aerei in volo. 
- Ma io sono un pilota e mi intendo di queste cose, - continuò lui- di questo passo dovremo fare uno scalo intermedio per rifornirci. - 
Allargai le braccia: - eh, sì capisco, ma non credo ...- dissi, e lui, con un sorriso che significava "ora ti faccio vedere io", chiamò l'hostess per sollecitare un intervento.
Così arrivò un commissario di bordo accigliato, che ribadì l'inesistenza di una perdita, mise perentoriamente fine alla discussione e il mio compagno di viaggio, dopo avermi rivolto un sorriso scettico, tornò a concentrarsi sul suo taccuino, in silenzio per tutto il resto del viaggio.

Dell’episodio mi è rimasta impressa soprattutto l’aria dello sconosciuto, prima spavalda, poi dimessa e quasi mortificata; e poi la faccia del commissario di bordo che oscillava tra l’incredulità e l’irritazione. Ho archiviato il tutto tra le curiosità della vita e, a distanza di tanto tempo, mi chiedo dove sia finito il protagonista della vicenda e cosa lo abbia mosso a recitare il suo numero. Forse voleva prendermi in giro, o forse fu lui vittima di uno scherzo della propria mente: un momento di tranquilla follia, o uno stato costante di deformazione della realtà?
D’altra parte ora che assistiamo alla deformazione sistematica della realtà dei fatti nella vita sociale, c’è da chiedersi quanto sia fragile in ciascun individuo lo schermo che separa la realtà dall’allucinazione e quanti piloti immaginari vivano tra di noi, come alieni quasi silenziosi, che alimentano però il sonno della ragione tanto da riuscire tutti insieme a generare una deriva pericolosa di follia collettiva … Su quel volo di tanti anni fa, dopo l’intervento del commissario tornai al libro che avevo iniziato a leggere prima di essere interrotto dal mio occasionale compagno di viaggio e dopo poco mi addormentai … di questi tempi è meglio restare svegli e non cedere al sonno della ragione, appunto …

Il giardino

Il giardino era il nostro mondo. Avremmo voluto viverci senza limiti, senza tornare mai a casa, immersi in un immaginario cui davamo forma agganciandoci alla realtà variegata delle sue strutture in rovina. Perché le nostre tre palazzine, avvolte da una landa che ci sembrava sconfinata, avevano conosciuto tempi migliori prima della guerra, e prima di essere coinvolte in un bombardamento che aveva decretato il declino delle strutture comuni.
Il giardino, dunque, era abbandonato e tutto a disposizione di noi ragazzini. Gli oleandri e il pitosforo crescevano indisturbati tra le tracce che evocavano il progetto originario della loro scelta e collocazione. Ero convinto che a un tempo ci fosse stata una volontà superiore che aveva disegnato il tutto e che il declino e l’abbandono fossero l’effetto inesorabile del tempo, senza rendermi conto che erano passati meno di dieci anni dall’antico splendore.
L’ho immaginato a lungo il giardino originario, prima di incontrarlo, improvvisamente, dopo più di sessant’anni, in una foto d’epoca dei tempi ruggenti: ordinato, razionale, geometrico … esattamente come l’avevo pensato. Così, il giardino vero e quello che avevo in testa sono divenuti la stessa cosa. Gli oleandri, i muretti, le colonnine di travertino, i cancelli su cui mi arrampicavo sono tornati al loro posto nel loro ruolo originale, saldando il romanzo della mia infanzia alla Storia che aveva lasciato le sue tracce per coinvolgermi.
E poi ho ritrovato la landa tutta intorno, non ancora piegata alla volontà di espansione edilizia, con la sua sabbia e i suoi cespugli. Lo spazio delle nostre avventure dove inseguendo le lucertole trovavamo di tutto: resti di animali, insetti, oggetti perduti e soprattutto quelli che ci sembravano i più preziosi: una miriade di proiettili esplosi e altri più rari reperti bellici seminati da quella Storia ancora presente con i suoi resti imbarazzanti.
La sabbia si estendeva dall’asfalto del lungomare fino alla ferrovia, ben oltre le nostre palazzine, confinando a sud con la pineta e a nord con le strade asfaltate che segnavano il limite del nostro mondo oltre il quale la stazione, la scuola, qualche primo negozio rappresentavano un mondo alternativo e complementare.
Noi giocavamo (o piuttosto vivevamo quella nostra dimensione alternativa) rotolandoci nella sabbia, scavando trincee, combattendo finte battaglie o affrontandoci in vere gare di lotta (con regole improvvisate e spesso discusse capziosamente all’infinito). Ci vietavamo le sassate ma ci lanciavamo come proiettili le bacche del pitosforo, o i cartoccetti di carta soffiati con le cerbottane che ciascuno di noi improvvisava con tubicini di plastica e teneva con la cura degna di un’arma convenzionale (famose le cerbottane multiple a più colpi) preparando con cura i proiettili (cartoccetti saldati in punta con la saliva). Gli oleandri poi ci fornivano di volta in volta un ramo da cavalcare, un arco e le sue frecce, pali per le tende indiane, spade e lance, o finti zufoli e bacchette per i tamburi.
Eravamo forse venti ragazzini e ragazzine di età variabile, i più grandi svolgevano un qualche blando ruolo guida in una società essenzialmente anarchica sempre alla ricerca di regole condivise, mai soddisfacenti, e sempre oggetto di puntualizzazioni maniacali. Come regolarsi quando giocando a campana il sasso finiva sulla riga di demarcazione tra due quadrati? E quali norme giuridiche regolavano lo scambio di parolacce e contro-parolacce? In particolare: per quanto tempo la formula stupido senza risposta impediva all’offeso di replicare?
Mi chiedo a volte se quella vita quotidiana surreale ci abbia tenuto troppo lontano da quella reale o se invece ci abbia preparato al superamento dell’infanzia arricchendo la nostra personalità. Certo è che per noi, ragazzini selvaggi, quei bambini che vivevano in città, a Roma, e che avevano sempre le ginocchia pulite, erano un modello di vita che non avremmo mai potuto sopportare.

Photo acknowledgment: la prima foto è tratta dal sito facebook Ostia (https://www.facebook.com/ostialove1?locale=it_IT); per la seconda ringrazio Elio Maria Magliulo (https://www.facebook.com/magliuloeliomaria) amico dagli anni '50 e complice delle avventure nella landa.




25 aprile 2025: mio padre, l'Ur-fascismo, le radici

Come da alcuni anni mi accade ogni 25 aprile, oggi, a ottant'anni da quello del 1945, penso a mio padre che nel campo di concentramento di Wietzendorf, è in attesa di essere rimpatriato. Raccoglie le idee sulla sua vicenda di internato militare e il dieci maggio 1945 inizia a raccontarla su un taccuino, a partire da quell'otto settembre del 1943. 

Quasi un mese dalla liberazione. Non immaginavo allora che sarei rimasto ancora tanto tempo in Germania e proprio a Wietzendorf ...

È un momento importante per lui perché, in attesa che inizi il suo futuro, ricostruisce il passato con occhi nuovi. In quei due anni di prigionia si è consolidata la sua presa di coscienza che immagino fosse iniziata già prima di quella piega della Storia che vide lui e gli altri 650000 militari italiani rastrellati e condotti nei campi di concentramento.  Il loro rifiuto di collaborare con i tedeschi e con i nuovi fascisti fu immediato e la loro resistenza si affiancò con naturalezza alla resistenza di coloro che rimasero liberi e combatterono armati.
Mio padre cerco di immaginarlo in quel luogo che non ho mai visto e anche di indovinare i suoi pensieri di quei giorni. E' una estrapolazione difficile perché, in realtà, quel giovane di ventotto anni non l'ho conosciuto se non dai suoi stessi racconti, dieci anni dopo; e soprattutto posso solo vagamente immaginare chi fosse prima ancora della vicenda della guerra. E' molto cambiato da allora, come lui stesso scrive dal campo di concentramento il 14 marzo del 1945 in una lettera ad uno dei suoi fratelli: 

" ... tante cose avrò da raccontarti, tanti giudizi da modificare. Forse non mi riconoscerai! "

Era nato e cresciuto nel pieno del processo di costruzione del fascismo, era stato un giovane fascista abbagliato e illuso: come accolse l'inizio della guerra? Dove pensava di arrivare quando è iniziata? Quali erano le sue convinzioni in quell'otto settembre del 1943, quando rifiutò di collaborare e preferì tenere duro subendo la prigionia? Quando era iniziata la sua presa di coscienza?

Il padre che ho conosciuto era un antifascista deciso, con un velo di amarezza per il conto pagato alla Storia. Era solito dirmi che la responsabilità maggiore di Mussolini fosse stata quella di avere rimbecillito gli italiani e non si rassegnava a quel fascismo eterno che sopravviveva nella Repubblica. 
Perché, in quegli anni '50 di cui sono io stesso testimone, l'Ur-fascismo era palpabile in innumerevoli occasioni in cui, in modo felpato, emergevano mezze parole, mezze opinioni, mezzi ragionamenti che io sentivo provenire da un modo di pensare tipico di un mondo altrove dove, ecco qui: esistevano cose buone ormai disconosciute. E il resto, come lo spirito del 25 aprile, erano esagerazioni facinorose da cui era meglio tenersi lontani. Ed essere sobri, appunto. Ecco perché il 25 aprile dovetti scoprirlo privatamente, per così dire. E mio padre mi indicò la strada, lui che la strada se l'era battuta da solo a caro prezzo. 
Il suo antifascismo era il punto di arrivo della sua presa di coscienza, le nuove radici con cui si sentiva di affrontare il futuro. In questo senso le radici della Repubblica gli appartengono, così come l'opposizione (anzitutto culturale) al fascismo eterno.















Epilogo

Il dramma delle Fosse Ardeatine di cui ieri ricorreva l'ottantunesimo anniversario, ha un epilogo che inizia col processo a Priebke e si conclude con la sua morte a cento anni. 
Non sto qui a ricostruire tutta la vicenda che nei dettagli può essere rintracciata in rete, ma col sonetto che riporto qui a fianco e che fa il paio con quello più sotto che ricorda l'eccidio del 24 marzo 1944, cerco di concentrarmi sul giorno della sentenza per fissare la memoria cruciale degli eventi.
Scrissi infatti i due sonetti nel 1996 (qualcuno li ha già letti quando li ho pubblicati qualche anno fa) nelle giornate che seguirono la sentenza ipocrita poi annullata dalla Corte di Cassazione. Sentenza surreale e ridicola per quell'uso del termine illiceità per indicare la strage e per la natura delle attenuanti applicate ... quali quella di non avere reiterato il reato  ... Eppure pronunciata senza pudore ... Incautamente, però, perché la reazione fu forte e indignata di fronte all'enormità dello stravolgimento furbesco della realtà.
D'altra parte lo stesso atteggiamento ambiguo e furbesco ha caratterizzato il trattamento di altri criminali nazisti come Kappler e Reder che furono reclusi nel carcere militare di Gaeta, ma con tutti i comfort possibili, incluso il servizio da parte di un attendente, spesso, per giunta, scelto tra i giovani obiettori di coscienza che in quegli anni erano rinchiusi nello stesso carcere per il loro rifiuto del servizio militare. 
Ma tant'è: sappiamo che la Storia procede cercando di cambiare tutto in modo da non cambiare nulla, e si fa strada tra la sabbia in cui cerca di seppellire le sue proprie scorie che spesso imbarazzano la coscienza. 
Sappiamo anche che Priebke ha infine vissuto indisturbato fino a cento anni, continuando a rivendicare la normalità della barbarie che lo ha visto protagonista. Lo ha potuto fare grazie alla garanzia dei diritti umani che lui ha invece negato alle sue vittime, fino all'ultimo.  Ma questo è ciò che distingue la civiltà dalla barbarie.


E Franti sorrise ...

 

E' ormai chiaro che i modi di fare della nostra presidente del consiglio non sono spontanei ma corrispondono ad una postura voluta e coltivata. E che anche questa uscita sul manifesto di Ventotene era stata studiata a tavolino per rispondere (eh sì: quanno sce vo' sce vo') alla mobilitazione in favore dell'Europa di qualche giorno fa.  A leggere oggi l'articolo di Tommaso Ciriaco su La Repubblica, la monella ci si sarebbe pure divertita ... e avrebbe sorriso ... come Franti ai rimproveri accorati della madre.
Comunque, può ridere quanto vuole, ma la sua sparata avrà funzionato come invito a leggere il testo integrale del manifesto e, chi per condividere il suo divertimento, chi per fact-checking, saranno in molti che lo avranno fatto. E chiunque  lo avrà fatto si sarà accorto della distanza lunare di ciò che vi si esprime, dal giochino puerile della manipolazione.
D'altra parte in quel testo possiamo leggere (dall'introduzione di Eugenio Colorni) che

la contraddizione essenziale, responsabile delle crisi, delle guerre, delle miserie e degli sfruttamenti che travagliano la nostra società, è l’esistenza di stati sovrani, geograficamente, economicamente, militarmente individuati, consideranti gli altri stati come concorrenti e potenziali nemici, viventi gli uni rispetto agli altri in una situazione di perpetuo bellum omnium contra omnes . 

E non possiamo certo pretendere che la nostra sia d'accordo se il suo conservatorismo la rende affine al sovranista ungherese, o ad altri sostenitori della democrazia illiberale ... e se la guerra contro tutti costituisce anche la cifra della sua politica interna. Piuttosto, c'è da dire che, sottolineando che quella di Ventotene non è la sua idea di Europa, la presidente ci fa sapere che col suo governo l'Italia sarà contro una Europa libera e unita e che la contraddizione denunciata da Colorni continuerà ad esistere, sia chiaro, finché il suo governo rappresenterà l'Italia. 
Come al solito ce lo dice calcando il suo accento romanesco, e poi divertita sorride.

Christmas Carol 2024


            
        Dedicata a Federico
        che ormai ha sedici anni, 
        ma anche a 
        Santiago,
        Daniele, 
        Melissa e 
        Filippo 
        che ne hanno meno di cinque

             


Orsetto, ora sei grande
e il giorno di Natale
forse più non ti sembra
una cosa speciale,

ma se ti guardi intorno,
vedi Gesù Bambino
che con Maria e Giuseppe
continua il suo cammino

La loro strada è lunga
non si posson fermare:
Natale è la speranza
di poter riposare.

Proprio come per noi
che, stanchi della guerra,
vorremmo che alla fine
sparisse dalla Terra.

                                   25 dicembre 2024


(*)
Il presepe della foto è un presepe centenario perché le sue statuine sono quelle che Nonno Lino, il padre di Mariaconcetta, aveva fin da bambino. Di nuovo ci sono la stella di legno tradizionale aggiunta da me qualche anno fa e un cagnolino di DAS che ho fatto con le mie mani ispirandomi a John il quale si sentiva coinvolto e ogni tanto annusava il muschio con aria perplessa. Quei pastori, dunque,  hanno attraversato tutto il novecento.