25 aprile 2025: mio padre, l'Ur-fascismo, le radici

Come da alcuni anni mi accade ogni 25 aprile, oggi, a ottant'anni da quello del 1945, penso a mio padre che nel campo di concentramento di Wietzendorf, è in attesa di essere rimpatriato. Raccoglie le idee sulla sua vicenda di internato militare e il dieci maggio 1945 inizia a raccontarla su un taccuino, a partire da quell'otto settembre del 1943. 

Quasi un mese dalla liberazione. Non immaginavo allora che sarei rimasto ancora tanto tempo in Germania e proprio a Wietzendorf ...

È un momento importante per lui perché, in attesa che inizi il suo futuro, ricostruisce il passato con occhi nuovi. In quei due anni di prigionia si è consolidata la sua presa di coscienza che immagino fosse iniziata già prima di quella piega della Storia che vide lui e gli altri 650000 militari italiani rastrellati e condotti nei campi di concentramento.  Il loro rifiuto di collaborare con i tedeschi e con i nuovi fascisti fu immediato e la loro resistenza si affiancò con naturalezza alla resistenza di coloro che rimasero liberi e combatterono armati.
Mio padre cerco di immaginarlo in quel luogo che non ho mai visto e anche di indovinare i suoi pensieri di quei giorni. E' una estrapolazione difficile perché, in realtà, quel giovane di ventotto anni non l'ho conosciuto se non dai suoi stessi racconti, dieci anni dopo; e soprattutto posso solo vagamente immaginare chi fosse prima ancora della vicenda della guerra. E' molto cambiato da allora, come lui stesso scrive dal campo di concentramento il 14 marzo del 1945 in una lettera ad uno dei suoi fratelli: 

" ... tante cose avrò da raccontarti, tanti giudizi da modificare. Forse non mi riconoscerai! "

Era nato e cresciuto nel pieno del processo di costruzione del fascismo, era stato un giovane fascista abbagliato e illuso: come accolse l'inizio della guerra? Dove pensava di arrivare quando è iniziata? Quali erano le sue convinzioni in quell'otto settembre del 1943, quando rifiutò di collaborare e preferì tenere duro subendo la prigionia? Quando era iniziata la sua presa di coscienza?

Il padre che ho conosciuto era un antifascista deciso, con un velo di amarezza per il conto pagato alla Storia. Era solito dirmi che la responsabilità maggiore di Mussolini fosse stata quella di avere rimbecillito gli italiani e non si rassegnava a quel fascismo eterno che sopravviveva nella Repubblica. 
Perché, in quegli anni '50 di cui sono io stesso testimone, l'Ur-fascismo era palpabile in innumerevoli occasioni in cui, in modo felpato, emergevano mezze parole, mezze opinioni, mezzi ragionamenti che io sentivo provenire da un modo di pensare tipico di un mondo altrove dove, ecco qui: esistevano cose buone ormai disconosciute. E il resto, come lo spirito del 25 aprile, erano esagerazioni facinorose da cui era meglio tenersi lontani. Ed essere sobri, appunto. Ecco perché il 25 aprile dovetti scoprirlo privatamente, per così dire. E mio padre mi indicò la strada, lui che la strada se l'era battuta da solo a caro prezzo. 
Il suo antifascismo era il punto di arrivo della sua presa di coscienza, le nuove radici con cui si sentiva di affrontare il futuro. In questo senso le radici della Repubblica gli appartengono, così come l'opposizione (anzitutto culturale) al fascismo eterno.















Nessun commento:

Posta un commento