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ALTA VELOCITÀ

Direi che non è nemmeno colpa del ministro  Salvini se le FS non hanno ancora risolto il problema che  incontriamo da sempre quando su un treno cerchiamo di usare la toilette.
E la  freccia rossa, gioiello pubblicizzato con tanto orgoglio,  non manca all'appello dei treni sui quali bisogna vagare tra le carrozze prima di trovare un servizio più o meno funzionante.
La faccenda fa parte ormai del folclore ferroviario nostrano e, che io ricordi, è sempre stato così. Le frecce hanno sostituito il pendolino (ricordate? altro gioiello dell'alta velocità) ma non è cambiato nulla. Così quando, intorno a Capodanno, viaggiando da Roma a Trento, mi sono trovato di fronte al solito problema mi sono ricordato di un mio sonetto in romanesco (del 1998, pensate un po') che riproduco qui sotto ... la sintesi è che con l'alta velocità le toilette non sono più necessarie, dai tempi del pendolino, appunto ...


ARTA VELOCITÀ

Mo so' tre vorte che sur pennolino
quanno che vado ar cesso trovo rosso,
e tutt'er treno, quant'è longo e grosso
nun te permette manco 'n bisognino.

N'amico mio che bazzica er settore,
Luiggi (lui che sa come e quarmente)
m'ha spiecato che nun capisco gnente
de li progressi der locomotore.

"L'arta velocità," dice "ar contempo
cia er cesso che nun serve più pe' 'n cazzo
pe' via che pisti e che guadambi tempo.

La faccenna se spieca in un momento:
a Roma monti e parti come un razzo,
a Bologna te scappa ... E pisci a Trento!"







Via Coccia di Morto

Tu ce lo sai Marì che all'aeroporto
de Fiumicino, per annà a Freggene,
ce sta 'na strada che conosco bene
e che se chiama "via Coccia de Morto".

'Na vorta me credevo ch'era vero,
da bambino, 'sta strada, che a pijalla
de notte, c'era er rischio de 'ncontralla,
sta coccia bianca cor mantello nero!

Ma mo, che morti n'ho veduti tanti,
che a nominalli nun abbasta voce,
ho 'mparato a trovammela davanti,

co’ quer farcione che nun se dà pace.
E ar monno, ormai lo so, nun ce so' santi,
nun trovi strada che nun cià 'na croce.

                                        Trento 1991


La via e la spiaggia di Coccia di Morto sono note al gran pubblico per un paio di film di questi anni duemila. Per ciò che mi riguarda è una strada che ho incrociato più volte negli anni ottanta e che ha attivato la mia fantasia fino a produrre un ricordo fasullo di quando ero bambino.
In realtà il ricordo non è poi così fasullo perché, al di là del fatto che da bambino non sono mai passato per quella via, le paure di allora le ricordo bene e come ho già raccontato, la Morte personificata ne faceva decisamente parte.
E allora, in questo sonetto del 1991, il ricordo si salda al presente e la paura di una volta si trasforma nella realtà quotidiana ... in romanesco: un altro dei "sonetti gotici" di quegli anni.



Sonetto muto

   SONETTO MUTO

Quanno che Santo Sirvio se n'annato
in puzza pe' la storia de Luttazzi,
io me so' detto: qua nun ce so' cazzi,
sto sonetto me tocca fallo muto.

Muto vo ddi che nun ce so’ parole,
O, si c'ereno, mo so' censurate,
so' quattordici righe 'ncolonnate
appese ar nulla, vote, bianche e sole.

Ma … si lo scopo der poeta vero
in fonno è cojonare puro i santi
dicenno rosso pe' fa' capì nero …

Quale cojonatura è più potente
de stamme zitto e sbatteje davanti
un fojo 'ntero indove nun c'è gnente?

                                                                                                                 Marzo 2001

Questo sonetto è del 2001 ma, già riproposto agli amici nel 2009, torna ad essere attuale di questi tempi che vedono riemergere le intimidazioni censorie che vorremmo aver dimenticato.
D'altra parte la censura non è mai riuscita nel suo intento fin da quando Pasquino si prendeva il gusto di sfottere il potere pontificio e i suoi personaggi più in vista. E persino Giuseppe Gioachino Belli che avrebbe voluto auto-condannarsi al silenzio, non riuscì a far distruggere i suoi sonetti. Così anche il silenzio ostentato può essere un'assordante reazione all'intenzione di impedire di esprimersi. Molti ricorderanno i radicali di Marco Pannella che per protesta nei confronti della censura si facevano riprendere imbavagliati ... 
Nel 2001 la motivazione del sonetto fu la querela berlusconiana nei confronti di Daniele Luttazzi che poi alla fine della vicenda vinse la causa. Nel 2009 lo riproposi in occasione della manifestazione di Roma, indetta dalla Federazione della stampa italiana per la libertà di informazione. Da allora le occasioni si sono ripetute, in questi giorni, di nuovo, è il momento di dire la mia in silenzio.






A ghijottina a Roma

Eh!... m'aricordo sì, quei giorni buji
de quanno er Papa vorze fa' er moderno
e dimannò er permesso ar Padreterno
d'usà la ghijottina puro lui.

E Roma? Eh! Roma! Sì! Fu 'na gran festa!
Er popolo, ch'è come 'n regazzino,
'nnava 'n piazza a le quattro der mattino
pe' aspettà che volaveno 'e teste.

E volaveno sì! Madonna e Cristo!
Era come a li tempi de Nerone!
Nun lo po' riccontà chi nun l'ha visto!

Ce lo sanno Targhini e Montanari
ché st'arnese è servito de lezione,
a loro e a tutti l'antri carbonari!

                      Trento, 1989


Oggi, 23 novembre 2023, sono passati quasi duecento anni dall'esecuzione di Targhini e Montanari, carbonari nella Roma papale. Ripropongo qui un mio vecchio sonetto in romanesco che ricorda l'evento. 
La vera protagonista è la ghigliottina e tutto ciò che circondava le esecuzioni in piazza. Trent'anni fa non sapevo di aver rubato un’immagine alle memorie di Mastro Titta (Mastro Titta, il boia di Roma : Memorie di un carnefice) scritte da lui stesso dove, a proposito dell'esecuzione di Targhini e Montanari, si legge:

"Era uno spettacolo imponente. Piazza del Popolo era gremita di gente, come non la vidi mai. Quando vi arrivammo colla carretta i soldati stentarono ad aprirci il varco.”

A leggere quelle memorie si scopre che la realtà supera la fantasia ... o l'orrore immaginabile.  

'A guera è guera

Tra le tante parole e modi di dire che cercano di mascherare l'essenza tragica della guerra, insieme ad argomentazioni esperte che cercano di tenerne distante l'orrore, spicca negli ultimi tempi il termine russo-putiniano operazione speciale, che farebbe ridere se non nascondesse, appunto, tragedia e orrore. 
Torna facilmente in mente un altro baldanzoso termine, questa volta dovuto all'ipocrisia americana: chirurgia di precisione. Per carità non accusatemi di essere un né-né, o, peggio un putiniano mascherato, se ricordo che trent'anni fa mi trovai a commentare il termine in questione, con la satira amara che a quei tempi provavo a fare in romanesco. Scrissi un sonetto che torna attuale e che vi ripropongo qui col pensiero alle vicende di questi giorni, ai morti, alle distruzioni, alla minaccia atomica ... con un certo sconforto, se a distanza di trent'anni siamo addirittura tornati indietro nel corso della storia.

'A  GUERA  E'  GUERA

Dice che mò la guera nun è quella
che se faceva ar tempo de' romani,
che pe' ammazzare usaveno le mani,
sbucianno core, fegato e budella.

Mò è tutto n'antro metodo, ... se dice.
Se chiama: chirurgia de precisione,
che vor di' ch'er nemico è 'n gran cojone,
e aspetta che je toji l'appendice.


Ma che, stamo a scherzà? 'a guera è guera!
E' sempre zozza, come la rivorti!
Damoje 'n tajo prima che vie' sera!

Prima d'ariva' a di': scusate tanto,
l'intervento è riuscito, ma so' morti
er pazziente, er chirurgo e tutto quanto.

                                                  Trento, 25 Gennaio 1991

Immagine: G.B. Pinelli, Uomo che canta storie a piazza Barberini

OSTIA (dedicato agli amici degli anni '50 e '60)


 OSTIA ERA

Ostia era …  cos’era? … Era una sera
d’estate, persa per il lungomare,
era il tempo passato ad ascoltare
le onde, a notte, e un vento da bufera.

Ostia era la noia dell’attesa
e la corsa lanciata sui pedali,
nella teoria di pini e di canali
del Pescatore, liberi, in discesa.

Era la rena liscia della riva,
era il piombo lasciato dai soldati,
la lucertola, il topo che fuggiva.

E i papaveri rossi nella terra
dei campi, secchi al sole e abbandonati,
Ostia era … cos’era? … Ostia era …

(Trento, Gennaio 2008)

Questo è uno di due sonetti  su Ostia, gli unici che ho scritto in italiano  (gli altri sono tutti in romanesco) ...  Si ispira ai versi  e alla rievocazione dell'infanzia di  una poesia di Bigongiari  (Lucca era ... ). Di mio ci sono le sere d'estate degli anni cinquanta e tutto il resto ... compresi i proiettili di piombo che da bambini trovavamo nella sabbia di fronte al Lungomare ... La foto è del 1964 circa, scattata con l'Eura-Ferrania, scanned 2008.


ROMA

Tu ce lo sai, Marì, che sottotera,
a Roma, ce so' tutte catacombe,
'ndove i cristiani aveveno le tombe
e ciannaveno a di' quarche preghiera.

Ma mo, tutti li schertri abbandonati,
inguattati ner bujo de là sotto,
me figuro che stanno a fa' salotto
e sfotteno li vivi disperati ...

E accusì nun so mai si Roma vera
è quella viva sulla superficie,
oppuro quella morta sottotera.

Sia quer che sia, chi vive sopra prega
pe' nun piagne domani e sotto, 'nvece,
Coccia De Morto ride e se ne frega.

(Febbraio 1992)

Quando nel 1992 le troppe piogge (e l'incuria, immagino) aprirono una voragine in una strada di Roma, rivelando l'esistenza di un altro spazio sotto la superficie, tornai subito con la memoria a quando, bambino, visitai le catacombe di San Calisto e rimasi impressionato dalle tombe della città sotterranea. Di fatto, l'unica immagine che ne conservo è quella di qualche teschio abbandonato in quei loculi scavati nel tufo. Di qualche "coccia de morto", infatti, che contribuì a fissare nella mia immaginazione la personificazione della morte, in linea con le rappresentazioni medievali che forse hanno ispirato "La morte co la coda" di Giuseppe Gioachino Belli (sonetto 2170 ).
San Calisto e Giuseppe Gioachino sono dunque all'origine di questa mia suggestione ... Peraltro, di città sotterranee duali a quelle della vita quotidiana hanno fantasticato in tanti ... e forse anche qualche struggente città invisibile calviniana ha influenzato questa Roma ...