de Fiumicino, per annà a Freggene,
ce sta 'na strada che conosco bene
e che se chiama "via Coccia de Morto".
'Na vorta me credevo ch'era vero,
da bambino, 'sta strada, che a pijalla
de notte, c'era er rischio de 'ncontralla,
sta coccia bianca cor mantello nero!
Ma mo, che morti n'ho veduti tanti,
che a nominalli nun abbasta voce,
ho 'mparato a trovammela davanti,
co’ quer farcione che nun se dà pace.
E ar monno, ormai lo so, nun ce so' santi,
nun trovi strada che nun cià 'na croce.
Trento 1991
La via e la spiaggia di Coccia di Morto sono note al gran pubblico per un paio di film di questi anni duemila. Per ciò che mi riguarda è una strada che ho incrociato più volte negli anni ottanta e che ha attivato la mia fantasia fino a produrre un ricordo fasullo di quando ero bambino.
In realtà il ricordo non è poi così fasullo perché, al di là del fatto che da bambino non sono mai passato per quella via, le paure di allora le ricordo bene e come ho già raccontato, la Morte personificata ne faceva decisamente parte.
E allora, in questo sonetto del 1991, il ricordo si salda al presente e la paura di una volta si trasforma nella realtà quotidiana ... in romanesco: un altro dei "sonetti gotici" di quegli anni.

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