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Il ministro ultras e la sentinella nazista

Eccolo il ministro Itamar Ben-Gvir che irrompe nel container dove  sono  ammassati gli attivisti della flotilla, prigionieri inermi, catturati illegalmente in acque internazionali. Irrompe esaltato sventolando la bandiera come uno dei tanti ultras che si vedono alle partite di calcio, e poi, passando tra i prigionieri ammanettati, bastonati, umiliati, dice: 

ecco come sono finiti quelli che si credevano eroi 

Ci sarebbe da rispondergli che sì, sono eroi proprio perché sono finiti così … e che tra i tanti termini con cui definire la sua bravata forse il più calzante è vigliaccata. E la vigliaccheria è un aggravante per qualunque azione violenta nei confronti di persone inermi.

La scena è stata immortalata da un video pubblicato con orgoglio dallo stesso ministro … e ciò mi porta indietro nel tempo al racconto di mio padre che, all’inizio della sua odissea da I.M.I., durante una sosta della tradotta che portava i prigionieri italiani verso il campo di concentramento, fatto scendere dal carro bestiame per soddisfare i propri bisogni, subì l’umiliazione di essere fotografato in quella posizione imbarazzante e irriso da una delle guardie armate che scortavano la tradotta.

E allora, ministro Ben-Gvir, non vede che la sua vigliaccheria è la stessa di quel soldato nazista di più di ottanta anni fa? Finanche nell'aver voluto riprendere le immagini dei prigionieri inermi e umiliati.

È vero che lei è nato molto tempo dopo quel 1943, e la Storia forse la conosce solo nelle descrizioni sintetiche dei libri e forse non ha mai cercato di immergersi nei dettagli. Non ha cercato di immedesimarsi in quegli eventi per conoscere la realtà umana delle sofferenze, dalle più minime alle più tragiche, che le vittime del nazismo hanno subito. Eppure, essere vicino a quei milioni di esseri umani per un israeliano dovrebbe essere il minimo ...

Mio padre, scrivendo qualche memoria della sua prigionia, descrisse così il soldato che lo umiliò sghignazzando: 

una sentinella tedesca, un omuncolo piccolo e grasso, con gli occhiali ...

e forse si lasciò comprensibilmente andare in quello che oggi si direbbe body shaming. Io non farò la stessa cosa per descrivere lei ... però, non si può negare che moralmente lei somigli a quella sentinella …

La foto è un fotogramma tratto dal video diffuso dallo stesso ministro

8 marzo: omaggio a Tuta e Aghita

Tuta e Aghita sono due ragazze romane, create dalla penna di Giuseppe Gioachino Belli, e ingiustamente intrappolate nella cattiva fama che ha circondato a lungo un certo numero di sonetti del Commedione (pochi peraltro), giudicati osceni e non adatti alla libera pubblicazione*.
Sì, perché negli otto sonetti, che le riguardano, raccolti sotto il titolo Le Confidenze de le Regazze, Tuta e Aghita si trovano a scoprire il sesso, tra ingenuità e curiosità ribelle, fino a restare maldestramente incinte e inchiodate a seguire il destino delle ragazze madri del tempo, costrette a partorire in segreto e a rinunciare al figlio, o a essere emarginate come svergognate, o a finire nel giro delle prostitute.

All’inizio della loro storia, è Tuta che parla (forse delle due la più ingenua) e che confessa all’amica un suo rovello:

Aghita, senti: da un par d’anni boni
l’ommini, io più li guardo e meno pozzo
arivaje a capì che ssii quer bozzo
che ttiengheno tramezzo a li carzoni.

E conclude dichiarando che appena possibile chiederà informazioni a un giovane … un certo Felice (appena viè er cugnato della sposa, a accompaggnà la sora Beatrice…).

Possiamo sorridere, certo, forse Belli esagera un po’ nell’attribuire a Tuta tanta ingenuità (Aghita, che sembra essere appena appena più scafata, ascolta e tace), ma Tuta è così candida che siamo portati a crederle. In fondo Belli lascia anche intendere che la curiosità di Tuta nasce da un impulso sconosciuto che la ragazza non si azzarda a rivelare: forse è attratta da quel cugnato della sposa (cusì bon giuvenotto è quer Felice) ed è coraggiosamente determinata ad avvicinarlo con la scusa della semplice curiosità.

Naturalmente il bon giuvenotto coglie l’occasione e seduce Tuta che reagisce meravigliata con un misto di disgusto e di compiacimento, tanto che riferisce ad Aghita l’esito dell’incontro con commenti confusi e contraddittori, e a questo punto è  Aghita stessa che vuole incontrare anche lei Felice per verificare di persona:

[...] che c'è de male
de vedé si er  giuchetto de Felice
facennolo co un'antra è ttal'e quale,

Eccole dunque le due ribelli che nella Roma del primo 800, prive di educazione affettiva (come si direbbe oggi), affrontano un gioco sconosciuto in un misto di reticenze e di slanci, senza sapere di andare incontro a un destino già scritto in una società che non perdona. Così, gli ultimi due sonetti della raccolta raccontano un epilogo amaro, in cui le confidenze cambiano tono e ruotano intorno alla scoperta inattesa di essere incinte. Il settimo si chiude con l'improvvisa illuminazione di Tuta:

Oh che luce de dio! Mo l'ho capito
quer lavore ch'edè: gnente de meno
che quello che ppò ffà moje e marito!

E l'ottavo ci mostra la prima tappa di un triste calvario,  nelle parole di Aghita :  

Tratanto io sto accusì: vomito e tosso;
sini er pane, ch'è pane, nun lo tocco,
e ppe la vita nun ciò ssano un osso.

Mamma spaccia ch'è stato lo scirocco
che ha fatto diventamme er corpo grosso;
ma ppoi me manna a villeggià a Ssan Rocco.


Dunque Tuta e Aghita, finiscono all'ospizio di San Rocco dove si ricoverano le donne che vogliono sgravarsi segretamente ... Non abbiamo invece notizie sulla sorte del bel Felice, ma possiamo immaginare che sia uscito di scena senza conseguenze e abbia continuato il suo percorso da giovane di successo …

E allora oggi, che è l’otto marzo, voglio ricordare Tuta e Aghita come due eroine di un mondo scomodo e oppressivo per le donne, sicuro che Belli farebbe lo stesso, lui che già duecento anni fa le ha celebrate con la sensibilità con cui ha rappresentato molte altre figure femminili.

Mi piace pensare che oggi le due regazze non si scambierebbero più le loro confidenze sottovoce, ma rivendicherebbero in piazza i loro diritti di donne. Oggi che ancora ci troviamo a doverne discutere, a partire da quell’educazione sentimentale che manca nelle scuole e che avrebbe aiutato Tuta e Aghita ad evitare il peggio.

Resterebbe da commentare la presunta indecenza dei sonetti, legata al linguaggio franco e audace con cui Belli fa dialogare Tuta e Aghita. Di fatto tutti i personaggi del Commedione usano questo linguaggio, che per quanto considerato riprovevole dal perbenismo dominante è di fatto innocente, e in bocca alle due ragazze fa invece tenerezza.


--o-------------ooo-------------o--

*
La vicenda dei sonetti indecenti è piuttosto curiosa. Quando Luigi Morandi pubblicò nel 1889 la prima edizione commentata dei sonetti, in sei volumi, raccolse nel sesto quelli che, appunto, avrebbero potuto turbare il perbenismo dei lettori.  E il volume fu venduto in busta sigillata per non destare scandalo. Gli otto sonetti delle Confidenze furono esclusi anche da questo e videro la luce solo nel 1949.

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Per un ampio commento alle Confidenze de le Regazze vale la pena di leggere un breve saggio di Pietro Gibellini pubblicato nel 2014 su QUADERNI VENETI, in open access all'indirizzo:

https://edizionicafoscari.unive.it/media/pdf/article/quaderni-veneti/2014/1/art-10.14277-1724-188X-QV-3-1-2-14-19.pdf

*** 
Il testo completo dei sonetti a cura di marcello Teodonio si trova nella digital Library  INTRATEX all'indirizzo:

https://www.intratext.com/IXT/ITA1554/

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La prima immagine è un particolare di una stampa di Bartolomeo Pinelli (Costumi di Roma 1809?)
La seconda è ancora di Pinelli (è così che mi immagino Tuta) 
La terza immagine è di Filippo Mazzoni (Popolana in costume, 1840-1850): mi sembra più adatta a rappresentare Aghita.







La signora del gelato

La signora sulla torre
ha un gelato nella mano
(sarà il sogno americano
che si chiama libertà?)

Quel gelato rappresenta
(forse è falso, forse è vero)
quel bel sogno del pensiero
che non vuol morire mai?

Certo è un fatto che con tutto
quanto il tempo ch'è passato
il gelato s'è squagliato
e non serve quasi più.


La prima strofa di questa filastrocca è datata 1995 ...  faceva parte della serie di cartoline che avevo l'abitudine di mandare a Giovanni ogni volta che andavo in viaggio ("Filastrocche in Cartolina", che smisi di spedirgli quando raggiunse i dodici anni e mi fece capire che poteva bastare ...). 
Erano più di dieci anni che visitavo gli Stati Uniti a più riprese, lunghe o brevi, e ne apprezzavo la società, il clima disteso e amichevole, le conquiste civili, una filosofia di vita che mi dicevo tesa più a realizzare "come" vivere più che a riflettere sul "perché" vivere ... E anche se io non potevo dismettere il mio idealismo tutto nostrano, apprezzavo il pragmatismo americano e ne godevo i vantaggi.  Non peccavo di ingenuità, sapevo benissimo quali contraddizioni agissero sotto traccia, ma sapevo anche che la Storia arranca tra le contraddizioni e avevo da parte mia una certa coscienza di quelle che agivano nel mio di mondo, infiltrato, per citarne appena una, dall'eterno fascismo cui siamo abituati. Solo che allora sembrava ci si potesse illudere che la Storia, in generale, anche arrancando, procedesse in positivo.
Così potevo, senza offendere nessuno, irridere alla statua della libertà e, di fronte a quella fiaccola stilizzata, concedermi una reazione bambinesca da regalare a Giovanni (toh, guarda, la signora mangia un cono gelato!).
Le altre due strofe le aggiunsi anni più tardi, forse nel 2011, non riesco a ricostruire il perché del pessimismo che esprimono ... in fondo nel 2011 il presidente USA era Barack Obama, la crisi attuale non era prevedibile ... come potei essere inconsciamente così profetico?
A mia (nostra?) consolazione posso però dire che in quelle strofe c'è anche scritto che "quel sogno del pensiero non vuol morire mai" ... 
A proposito, io ho già firmato per il "NO" al referendum, ricordatevi di farlo anche voi ...





Lavagne

La lavagna che ho di fronte è di quelle di una volta sulle quali si scrive col gesso e si cancella con un feltro o uno straccio. Di rado è perfettamente pulita. Succede solo quando la ragazza che a sera passa a sistemare gli studi mi chiede il permesso di cancellare la rete di segni accumulati nei giorni, ed io, dopo aver resistito per mesi, annuisco a malincuore. Allora lei usa un panno bagnato e la superficie della lavagna torna perfettamente nera. Resta solo a volte una specie di grossa pennellata di gesso leggera, uno sbaffo largo quanto lo straccio che passando ha lasciato una traccia di polverino. È ciò che rimane dei granuli di gesso che prima erano disposti a formare segni, appunti, simboli, grafi, equazioni che avrei voluto stessero lì per sempre e sui quali avrei continuato a scrivere cancellando il minimo per ottenere un nuovo spazio.

Sì, passano mesi prima che mi decida ad accontentare la ragazza che, se fosse per lei, cancellerebbe tutto ogni giorno. Ma è difficile rinunciare a quei segni che, anche confusi, cancellati e riscritti mille volte, riflettono pensieri e ragionamenti, idee appena abbozzate, passaggi chiave che utilizzerò prima o poi, ipotesi che so essere illusorie ma a cui non voglio ancora rinunciare e che tengo lì, in attesa di una luce che non arriva. Quella specie di riflesso della mia mente che la lavagna conserva e continua a mostrarmi, alimenta in sottofondo un lavorio, magari inconscio, che spero prima o poi dia i suoi frutti. Poi, quando alla fine mi arrendo, lo straccio bagnato della ragazza azzera tutto e si comincia daccapo. Magari si inizia scrivendo di nuovo quello che rimane ancora in mente e che lo straccio non ha potuto cancellare. 

Quando si collabora con qualcuno, la lavagna mostra i segni tracciati con due grafie diverse ed è specchio di due menti distinte, ma anche produce l'immagine di un’unica mente, diversa dalle singole e capace di parlare ad entrambe.
Qualche decennio fa, io e un amico lavorammo per mesi su una lavagna grande come la parete dello studio, e alla fine, quando raggiungemmo il risultato sperato, non c’era più spazio su cui scrivere. Rimanemmo a guardare i tracciati lungo cui si snodava il procedimento e ci accorgemmo che il percorso che si era sviluppato passo per passo conteneva andirivieni che potevano essere semplificati. Così cominciammo a cancellare i circoli viziosi uno alla volta, e alla fine dell’operazione ottenemmo un percorso limpido e diretto. Come per magia (ci dicemmo) era avvenuta una specie di rivoluzione copernicana e il nostro risultato metteva in luce la struttura nascosta del problema fornendo una soluzione che permetteva di comprendere meglio il fenomeno che descrivevamo matematicamente. Quando dovemmo cancellare tutto, ci dispiacque al punto che facemmo una foto da conservare nel tempo.

Credo che su qualche altra lavagna siano passati eventi certamente più importanti. Spesso immagino che a Los Alamos Enrico Fermi e gli altri del progetto Manhattan discutessero di fronte a lavagne sulle quali si fece la Storia. Allora mi chiedo se anche nel loro laboratorio passasse una ragazza delle pulizie e lasciasse quel solito sbaffo di gesso a cui si riducevano i loro ragionamenti. Chissà se qualcuno di loro si è mai accorto del monito premonitore che quella polvere lanciava a loro e all’umanità intera.





L'apertura del settimo sigillo


La Morte, dunque, col mantello nero e gli occhi vuoti, agitò i miei sogni e diede corpo alle mie paure per tanto tempo, fino a che, per la prima volta, mi trovai di fronte  alla morte vera e propria, di una persona che conoscevo. 
Fu nei giorni intorno ad un Natale, che quella volta passammo in Calabria insieme alle zie. Sarebbero dovuti essere giorni di festa e invece si riempirono di pena. Michele della Posta, l'ufficiale postale del paese, che ricordo come un omone sorridente e mite, se ne andò in un pomeriggio, nel buio di quei giorni brevi, e mi resi conto improvvisamente che non l'avrei più incontrato.
Questo dunque era morire: mi colpì il nulla in cui era entrato, scomparendo a noi e a se stesso, e immaginai un mare senza mare e un cielo senza cielo, senza nessun orizzonte a congiungerli. 
In seguito, uscito dal romanzo dell'infanzia, avrei nel tempo imparato che il nulla in cui entra chi muore, in realtà invade il mondo di chi resta, che si ritrova in solitudine a ripercorrere i luoghi e a interrogare gli oggetti.
Si capisce così che quella mezz'ora di silenzio che si verifica in cielo, all'apertura del settimo sigillo, è in realtà un silenzio senza fine, insopportabile da immaginare.
 

Il settimo sigillo

Sarebbe passato molto tempo perché incontrassi la Morte, così come me la figuravo quando avevo cinque-dieci anni. Infatti l’immagine che me n’ero fatta (da qualche favola, da un quadro medievale, dall'illustrazione di un libro proibito?) aveva proprio le fattezze di quel Bengt Ekerot che ne interpretava il personaggio ne Il settimo sigillo di Bergmann e che avrei incontrato sullo schermo alla fine degli anni sessanta.

Intendo la Morte, con la M maiuscola, il personaggio, non la morte come l’atto di morire. Infatti a quell’età, dell’atto di morire non avevamo paura, anzi ne avevamo visti di cow-boy che morivano nel corso di una sparatoria e cadevano a terra torcendosi. Ed era una nostra arte tutta speciale quella di imitarli nel corso dei nostri giochi: quando si riteneva di essere stati colpiti dal nemico si innescava la finzione scenica della propria morte, spesso al rallentatore e, con la mano sul petto e una smorfia di dolore in viso, cadevamo a terra restando immobili e trattenendo il respiro, supini o bocconi (quest'ultima la posizione migliore per nascondere qualche vibrazione del viso).

La Morte, o il Diavolo, quelli sì che mi facevano paura. E il timore di incontrarli mi faceva correre, per andare da casa mia a quella di Giulio e Mario (un solo piano di scale) facendo gli scalini a due a due, per atterrare con un balzo finale sullo stuoino di fronte alla loro porta e suonare il campanello prima di arrivare a contare fino a tre. Tutte regole codificate per esorcizzare la minaccia, insieme a quella di non pestare le mattonelle rosse che disegnavano una teoria di percorsi sul pavimento delle nostre case.

Non è che fossi sempre attento a queste regole esorcistiche, ma in situazioni particolari sentivo il bisogno di sfidare il soprannaturale, forse solo per rassicurarmi che potevo farcela. Una volta sognai che, percorrendo con un triciclo la zona franca del pavimento, commettevo l’errore di toccare con la ruota una mattonella rossa, provocando l’apparizione del Diavolo che mi assaliva cercando di colpirmi con una piccola forca (forse proprio una forchetta da cucina). Ingaggiavamo una colluttazione, come nella lotta libera che fingevamo di praticare nei nostri giochi, e io riuscivo ad afferrargli il polso, torcergli la mano e affondare la sua piccola forca nel suo stesso petto.

Così il Diavolo moriva come l’indiano che aveva aggredito Gregory Peck nel film L’avamposto degli uomini perduti: la nostra esperienza di guerre e morti diurne mi era venuta in soccorso all’interno del sogno.

* La foto è classica, tratta dal webb.

Il pilota

Era un volo interminabile, molti anni fa. Ricordo vagamente il contesto, ma di certo l’aereo non era uno di quelli giganteschi con lunghe file di sedili e sedevamo, io e il mio sconosciuto compagno di viaggio, su due poltrone all’altezza dell’ala, lui dalla parte del finestrino, io da quella del corridoio.
Al momento di sederci ci eravamo scambiati un saluto breve, così, senza presentarci, giusto per avviare bonariamente la convivenza durante quelle lunghe ore di viaggio. Lui era un tipo leggermente azzimato: capelli corti, barba cortissima e ordinata, vestito sportivo. Un pignolo, mi dissi quando si sedette mettendo ordine tra le sue cose e concentrandosi ad annotare qualcosa su un taccuino che non riuscii a sbirciare. Quando, dopo il decollo, ci offrirono qualcosa da bere, lui chiese solo un bicchiere d’acqua, con fare categorico (- just water! - disse agitando la mano come a impedire qualunque tentazione o contaminazione).
Dopo un’ora di viaggio si mise a guardare dall'oblò, poi si voltò verso di me per farmi notare che lungo l’ala correvano alcuni i rivoli di liquido e mi disse:- guardi, perdiamo carburante ...- 
Risposi che non credevo si trattasse di carburante, ma della condensa che di solito si forma sulle ali degli aerei in volo. 
- Ma io sono un pilota e mi intendo di queste cose, - continuò lui- di questo passo dovremo fare uno scalo intermedio per rifornirci. - 
Allargai le braccia: - eh, sì capisco, ma non credo ...- dissi, e lui, con un sorriso che significava "ora ti faccio vedere io", chiamò l'hostess per sollecitare un intervento.
Così arrivò un commissario di bordo accigliato, che ribadì l'inesistenza di una perdita, mise perentoriamente fine alla discussione e il mio compagno di viaggio, dopo avermi rivolto un sorriso scettico, tornò a concentrarsi sul suo taccuino, in silenzio per tutto il resto del viaggio.

Dell’episodio mi è rimasta impressa soprattutto l’aria dello sconosciuto, prima spavalda, poi dimessa e quasi mortificata; e poi la faccia del commissario di bordo che oscillava tra l’incredulità e l’irritazione. Ho archiviato il tutto tra le curiosità della vita e, a distanza di tanto tempo, mi chiedo dove sia finito il protagonista della vicenda e cosa lo abbia mosso a recitare il suo numero. Forse voleva prendermi in giro, o forse fu lui vittima di uno scherzo della propria mente: un momento di tranquilla follia, o uno stato costante di deformazione della realtà?
D’altra parte ora che assistiamo alla deformazione sistematica della realtà dei fatti nella vita sociale, c’è da chiedersi quanto sia fragile in ciascun individuo lo schermo che separa la realtà dall’allucinazione e quanti piloti immaginari vivano tra di noi, come alieni quasi silenziosi, che alimentano però il sonno della ragione tanto da riuscire tutti insieme a generare una deriva pericolosa di follia collettiva … Su quel volo di tanti anni fa, dopo l’intervento del commissario tornai al libro che avevo iniziato a leggere prima di essere interrotto dal mio occasionale compagno di viaggio e dopo poco mi addormentai … di questi tempi è meglio restare svegli e non cedere al sonno della ragione, appunto …

Il giardino

Il giardino era il nostro mondo. Avremmo voluto viverci senza limiti, senza tornare mai a casa, immersi in un immaginario cui davamo forma agganciandoci alla realtà variegata delle sue strutture in rovina. Perché le nostre tre palazzine, avvolte da una landa che ci sembrava sconfinata, avevano conosciuto tempi migliori prima della guerra, e prima di essere coinvolte in un bombardamento che aveva decretato il declino delle strutture comuni.
Il giardino, dunque, era abbandonato e tutto a disposizione di noi ragazzini. Gli oleandri e il pitosforo crescevano indisturbati tra le tracce che evocavano il progetto originario della loro scelta e collocazione. Ero convinto che a un tempo ci fosse stata una volontà superiore che aveva disegnato il tutto e che il declino e l’abbandono fossero l’effetto inesorabile del tempo, senza rendermi conto che erano passati meno di dieci anni dall’antico splendore.
L’ho immaginato a lungo il giardino originario, prima di incontrarlo, improvvisamente, dopo più di sessant’anni, in una foto d’epoca dei tempi ruggenti: ordinato, razionale, geometrico … esattamente come l’avevo pensato. Così, il giardino vero e quello che avevo in testa sono divenuti la stessa cosa. Gli oleandri, i muretti, le colonnine di travertino, i cancelli su cui mi arrampicavo sono tornati al loro posto nel loro ruolo originale, saldando il romanzo della mia infanzia alla Storia che aveva lasciato le sue tracce per coinvolgermi.
E poi ho ritrovato la landa tutta intorno, non ancora piegata alla volontà di espansione edilizia, con la sua sabbia e i suoi cespugli. Lo spazio delle nostre avventure dove inseguendo le lucertole trovavamo di tutto: resti di animali, insetti, oggetti perduti e soprattutto quelli che ci sembravano i più preziosi: una miriade di proiettili esplosi e altri più rari reperti bellici seminati da quella Storia ancora presente con i suoi resti imbarazzanti.
La sabbia si estendeva dall’asfalto del lungomare fino alla ferrovia, ben oltre le nostre palazzine, confinando a sud con la pineta e a nord con le strade asfaltate che segnavano il limite del nostro mondo oltre il quale la stazione, la scuola, qualche primo negozio rappresentavano un mondo alternativo e complementare.
Noi giocavamo (o piuttosto vivevamo quella nostra dimensione alternativa) rotolandoci nella sabbia, scavando trincee, combattendo finte battaglie o affrontandoci in vere gare di lotta (con regole improvvisate e spesso discusse capziosamente all’infinito). Ci vietavamo le sassate ma ci lanciavamo come proiettili le bacche del pitosforo, o i cartoccetti di carta soffiati con le cerbottane che ciascuno di noi improvvisava con tubicini di plastica e teneva con la cura degna di un’arma convenzionale (famose le cerbottane multiple a più colpi) preparando con cura i proiettili (cartoccetti saldati in punta con la saliva). Gli oleandri poi ci fornivano di volta in volta un ramo da cavalcare, un arco e le sue frecce, pali per le tende indiane, spade e lance, o finti zufoli e bacchette per i tamburi.
Eravamo forse venti ragazzini e ragazzine di età variabile, i più grandi svolgevano un qualche blando ruolo guida in una società essenzialmente anarchica sempre alla ricerca di regole condivise, mai soddisfacenti, e sempre oggetto di puntualizzazioni maniacali. Come regolarsi quando giocando a campana il sasso finiva sulla riga di demarcazione tra due quadrati? E quali norme giuridiche regolavano lo scambio di parolacce e contro-parolacce? In particolare: per quanto tempo la formula stupido senza risposta impediva all’offeso di replicare?
Mi chiedo a volte se quella vita quotidiana surreale ci abbia tenuto troppo lontano da quella reale o se invece ci abbia preparato al superamento dell’infanzia arricchendo la nostra personalità. Certo è che per noi, ragazzini selvaggi, quei bambini che vivevano in città, a Roma, e che avevano sempre le ginocchia pulite, erano un modello di vita che non avremmo mai potuto sopportare.

Photo acknowledgment: la prima foto è tratta dal sito facebook Ostia (https://www.facebook.com/ostialove1?locale=it_IT); per la seconda ringrazio Elio Maria Magliulo (https://www.facebook.com/magliuloeliomaria) amico dagli anni '50 e complice delle avventure nella landa.




25 aprile 2025: mio padre, l'Ur-fascismo, le radici

Come da alcuni anni mi accade ogni 25 aprile, oggi, a ottant'anni da quello del 1945, penso a mio padre che nel campo di concentramento di Wietzendorf, è in attesa di essere rimpatriato. Raccoglie le idee sulla sua vicenda di internato militare e il dieci maggio 1945 inizia a raccontarla su un taccuino, a partire da quell'otto settembre del 1943. 

Quasi un mese dalla liberazione. Non immaginavo allora che sarei rimasto ancora tanto tempo in Germania e proprio a Wietzendorf ...

È un momento importante per lui perché, in attesa che inizi il suo futuro, ricostruisce il passato con occhi nuovi. In quei due anni di prigionia si è consolidata la sua presa di coscienza che immagino fosse iniziata già prima di quella piega della Storia che vide lui e gli altri 650000 militari italiani rastrellati e condotti nei campi di concentramento.  Il loro rifiuto di collaborare con i tedeschi e con i nuovi fascisti fu immediato e la loro resistenza si affiancò con naturalezza alla resistenza di coloro che rimasero liberi e combatterono armati.
Mio padre cerco di immaginarlo in quel luogo che non ho mai visto e anche di indovinare i suoi pensieri di quei giorni. E' una estrapolazione difficile perché, in realtà, quel giovane di ventotto anni non l'ho conosciuto se non dai suoi stessi racconti, dieci anni dopo; e soprattutto posso solo vagamente immaginare chi fosse prima ancora della vicenda della guerra. E' molto cambiato da allora, come lui stesso scrive dal campo di concentramento il 14 marzo del 1945 in una lettera ad uno dei suoi fratelli: 

" ... tante cose avrò da raccontarti, tanti giudizi da modificare. Forse non mi riconoscerai! "

Era nato e cresciuto nel pieno del processo di costruzione del fascismo, era stato un giovane fascista abbagliato e illuso: come accolse l'inizio della guerra? Dove pensava di arrivare quando è iniziata? Quali erano le sue convinzioni in quell'otto settembre del 1943, quando rifiutò di collaborare e preferì tenere duro subendo la prigionia? Quando era iniziata la sua presa di coscienza?

Il padre che ho conosciuto era un antifascista deciso, con un velo di amarezza per il conto pagato alla Storia. Era solito dirmi che la responsabilità maggiore di Mussolini fosse stata quella di avere rimbecillito gli italiani e non si rassegnava a quel fascismo eterno che sopravviveva nella Repubblica. 
Perché, in quegli anni '50 di cui sono io stesso testimone, l'Ur-fascismo era palpabile in innumerevoli occasioni in cui, in modo felpato, emergevano mezze parole, mezze opinioni, mezzi ragionamenti che io sentivo provenire da un modo di pensare tipico di un mondo altrove dove, ecco qui: esistevano cose buone ormai disconosciute. E il resto, come lo spirito del 25 aprile, erano esagerazioni facinorose da cui era meglio tenersi lontani. Ed essere sobri, appunto. Ecco perché il 25 aprile dovetti scoprirlo privatamente, per così dire. E mio padre mi indicò la strada, lui che la strada se l'era battuta da solo a caro prezzo. 
Il suo antifascismo era il punto di arrivo della sua presa di coscienza, le nuove radici con cui si sentiva di affrontare il futuro. In questo senso le radici della Repubblica gli appartengono, così come l'opposizione (anzitutto culturale) al fascismo eterno.















Epilogo

Il dramma delle Fosse Ardeatine di cui ieri ricorreva l'ottantunesimo anniversario, ha un epilogo che inizia col processo a Priebke e si conclude con la sua morte a cento anni. 
Non sto qui a ricostruire tutta la vicenda che nei dettagli può essere rintracciata in rete, ma col sonetto che riporto qui a fianco e che fa il paio con quello più sotto che ricorda l'eccidio del 24 marzo 1944, cerco di concentrarmi sul giorno della sentenza per fissare la memoria cruciale degli eventi.
Scrissi infatti i due sonetti nel 1996 (qualcuno li ha già letti quando li ho pubblicati qualche anno fa) nelle giornate che seguirono la sentenza ipocrita poi annullata dalla Corte di Cassazione. Sentenza surreale e ridicola per quell'uso del termine illiceità per indicare la strage e per la natura delle attenuanti applicate ... quali quella di non avere reiterato il reato  ... Eppure pronunciata senza pudore ... Incautamente, però, perché la reazione fu forte e indignata di fronte all'enormità dello stravolgimento furbesco della realtà.
D'altra parte lo stesso atteggiamento ambiguo e furbesco ha caratterizzato il trattamento di altri criminali nazisti come Kappler e Reder che furono reclusi nel carcere militare di Gaeta, ma con tutti i comfort possibili, incluso il servizio da parte di un attendente, spesso, per giunta, scelto tra i giovani obiettori di coscienza che in quegli anni erano rinchiusi nello stesso carcere per il loro rifiuto del servizio militare. 
Ma tant'è: sappiamo che la Storia procede cercando di cambiare tutto in modo da non cambiare nulla, e si fa strada tra la sabbia in cui cerca di seppellire le sue proprie scorie che spesso imbarazzano la coscienza. 
Sappiamo anche che Priebke ha infine vissuto indisturbato fino a cento anni, continuando a rivendicare la normalità della barbarie che lo ha visto protagonista. Lo ha potuto fare grazie alla garanzia dei diritti umani che lui ha invece negato alle sue vittime, fino all'ultimo.  Ma questo è ciò che distingue la civiltà dalla barbarie.


E Franti sorrise ...

 

E' ormai chiaro che i modi di fare della nostra presidente del consiglio non sono spontanei ma corrispondono ad una postura voluta e coltivata. E che anche questa uscita sul manifesto di Ventotene era stata studiata a tavolino per rispondere (eh sì: quanno sce vo' sce vo') alla mobilitazione in favore dell'Europa di qualche giorno fa.  A leggere oggi l'articolo di Tommaso Ciriaco su La Repubblica, la monella ci si sarebbe pure divertita ... e avrebbe sorriso ... come Franti ai rimproveri accorati della madre.
Comunque, può ridere quanto vuole, ma la sua sparata avrà funzionato come invito a leggere il testo integrale del manifesto e, chi per condividere il suo divertimento, chi per fact-checking, saranno in molti che lo avranno fatto. E chiunque  lo avrà fatto si sarà accorto della distanza lunare di ciò che vi si esprime, dal giochino puerile della manipolazione.
D'altra parte in quel testo possiamo leggere (dall'introduzione di Eugenio Colorni) che

la contraddizione essenziale, responsabile delle crisi, delle guerre, delle miserie e degli sfruttamenti che travagliano la nostra società, è l’esistenza di stati sovrani, geograficamente, economicamente, militarmente individuati, consideranti gli altri stati come concorrenti e potenziali nemici, viventi gli uni rispetto agli altri in una situazione di perpetuo bellum omnium contra omnes . 

E non possiamo certo pretendere che la nostra sia d'accordo se il suo conservatorismo la rende affine al sovranista ungherese, o ad altri sostenitori della democrazia illiberale ... e se la guerra contro tutti costituisce anche la cifra della sua politica interna. Piuttosto, c'è da dire che, sottolineando che quella di Ventotene non è la sua idea di Europa, la presidente ci fa sapere che col suo governo l'Italia sarà contro una Europa libera e unita e che la contraddizione denunciata da Colorni continuerà ad esistere, sia chiaro, finché il suo governo rappresenterà l'Italia. 
Come al solito ce lo dice calcando il suo accento romanesco, e poi divertita sorride.

Omaggio a Peppe er Tosto

Peppe er Tosto era uno dei modi in cui Giuseppe Gioachino Belli si firmava spesso e volentieri e la locandina che vi mostro annuncia l'omaggio con cui la scorsa settimana ho saldato un debito che da lungo tempo avevo nei suoi confronti. Infatti, per quanto io abbia coltivato fin da ragazzino una passione spontanea nei confronti della poesia in romanesco (era la mia lingua identitaria) ho incontrato Belli solo in età matura … avevo già quarant’anni … quasi quarant’anni fa.

A dire il vero, la colpa di questo ritardato incontro non è stata proprio mia. Il punto è che, in quegli anni cinquanta, Belli era considerato un autore non adatto a ragazzi e signorine, ma invece aveva l'etichetta di autore indecente, sboccato, blasfemo, anticlericale e quindi non adatto ad essere divulgato. Diciamo così: proibito, mentre Trilussa e Pascarella erano più leggibili. 

D'altra parte, la stessa vicenda degli oltre duemila sonetti romaneschi, ha contribuito al loro oscuramento. Fatto è che Belli, che non volle mai pubblicarli, ma che anzi raccomandò di distruggerli dopo la sua morte, ha involontariamente alimentato la diffidenza perbenista nei confronti della sua opera e ha permesso la strumentalizzazione dei posteri.

Così, le circostanze della pubblicazione dei sonetti (inizialmente parziale e censurata) e la successiva strumentalizzazione in chiave anticlericale, hanno favorito un equivoco che è durato a lungo e che da una parte ha confinato Belli tra i poeti dialettali, dall’altra ne ha alimentato la fama di oppositore del regime papale e infine, dando troppo peso alla crudezza del suo linguaggio, ne ha diffuso la nomea di scrittore licenzioso ai limiti del pornografico e del blasfemo.

Tutto ciò ha impedito o ritardato la diffusione di Belli tra il grande pubblico che gli ha invece preferito i più convenzionali Trilussa e Pascarella. Eppure, già nel 1924, Belli aveva avuto il primo grande riconoscimento da parte di Giorgio Vigolo che lo aveva paragonato a Dante e, qualche anno più tardi, da parte di Antonio Baldini che riprendendo l’accostamento aveva intitolato “Er Commedione” una scelta di sonetti da lui curata. Oggi poi, nell’introduzione all’edizione Einaudi dei sonetti (2018), Pietro Gibellini, curatore dell’opera, non esita a riconoscere che “i fratelli mentali del Belli hanno nome Giacomo Leopardi, Alessandro Manzoni e, sì, Dante Alighieri”.

Ma l'equivoco resiste e quando cito questi giudizi gli amici mi guardano con aria di sufficienza benevolente. Li capisco, certo, e lascio che mi tacciano di blasfemia letteraria ... in fondo in questo modo mi sento accomunato a Peppe er Tosto ...





Alla vigilia dell'8 settembre 1943

 

La foto è del 29 aprile 1943. Mio padre è in licenza ma presto tornerà alla sua compagnia, mia madre si prepara alla sua ripartenza. E mancano solo quattro mesi a quell'otto settembre che cambierà loro la vita.
Mio padre ha quasi ventisei anni, e chi sia il giovane della foto in realtà non lo so, anche se è stato poi mio padre. E anche mia madre, con il suo vestito di ragazza e i capelli biondi acconciati alla maniera delle dive di quei tempi, non è quella che ho conosciuto. Quali sono i loro pensieri e le loro opinioni in quei giorni di aprile, poco prima che gli eventi precipitino e la Storia presenti il conto?  Sono spensierati, come dovrebbero essere due innamorati in una giornata romana di primavera, o le incertezze del momento non permettono loro di essere sereni?
Qualunque cosa pensino del loro avvenire, l'otto settembre stravolgerà ogni prospettiva. Mio padre diventerà uno dei seicentocinquantamila IMI e passerà due anni nei lager tedeschi a scontare il suo rifiuto di collaborare con la RSI. Mia madre perderà in pochi giorni sia il padre, che morirà sotto un mitragliamento alleato, sia il fratello, che morirà nell'affondamento della corazzata Roma ad opera dell’aviazione tedesca. Entrambi persi nel computo del mezzo milione di vittime che l'Italia subì nel corso della guerra.
Al termine della guerra restarono le ferite di cui da bambino mi accorsi appena, anche se erano passati solo una decina di anni da quegli eventi: i genitori che conobbi ne avevano il ricordo ancora vivo, forse intenso, ma io non me ne accorgevo e i loro racconti parlavano di fatti che mi sembravano lontanissimi. A volte affiorava un'emozione che mi colpiva: mio padre ricordava le umiliazioni e la fame, mia madre il fratello: - guarda,- mi diceva,- se ne parlo mi viene la pelle d'oca.-
Paradossalmente ora, a ottanta anni di distanza, quelle poche emozioni mi permettono di ricostruire tutta la loro sofferenza, per una vicinanza tardiva, come al ritorno del figliol prodigo. 


Matteotti

In questo 10 giugno 2024, a cento anni dalla morte di Matteotti,  è il momento di prendere in mano un libretto che conservo da vari anni e proviene da quella che era la biblioteca di mio padre.

Contiene un ricordo di Giacomo Matteotti che Piero Gobetti pubblicò all'inizio di luglio del 1924, a qualche settimana dall'assassinio e quando ancora non era stato ritrovato il corpo*. E' un ritratto dal vivo, efficace perché Gobetti è un osservatore contemporaneo, immerso anche lui nella lotta politica antifascista e scrive in diretta, diremmo oggi. Forse la prima (breve) biografia di Matteotti. 

Vi si parla di altre aggressioni e sequestri che Matteotti ha subito, senza lasciarsi piegare o intimidire, anche se è consapevole del pericolo che corre. Episodi il cui ricordo può dirci con quale animo Matteotti andò incontro alla morte. Ne aveva il presentimento. Tanto che così rispose, testualmente, a chi gli chiedeva se non si aspettasse una spedizione punitiva da qualche Farinacci: - se devo subire ancora una volta delle violenze saranno i sicari degli agrari del Polesine o la banda romana della Presidenza.

Peraltro Gobetti stesso, il 9 giugno, il giorno prima del sequestro e della morte di Matteotti, è stato aggredito a sua volta e malmenato durante una perquisizione della sua abitazione. Per ordine di Mussolini che telegrafa al prefetto di Torino: prego informarmi e vigilare per rendere nuovamente difficile vita a  questo insulso oppositore di governo e fascismo
Questo tanto per ricordare che governo e fascismo sono abituati ai metodi che Roberto Farinacci rivendicherà spudoratamente nella sua arringa in difesa di Amerigo Dumini: Dumini ha confessato [...] di essere stato l'organizzatore del sequestro del socialista provocatore, deleterio e nefasto, al solo scopo di avere delle confessioni da cui [...]. 

D'altra parte Farinacci punta a derubricare l'assassinio a delitto preterintenzionale e a leggere le sue parole sembrerebbe che Matteotti sia morto da solo nella famosa macchina fatta venire da Milano insieme a un gruppo di squadristi di professione. Perché di una professione si tratta, alimentata da governo e fascismo, appunto, per rendere ripetutamente la vita difficile agli oppositori. 

E a Roma, ai vertici dell'organizzazione squadrista, c'è quell'Italo Foschi tornato di recente alla ribalta per ragioni filateliche che farebbero ridere se non fossero l'ennesimo tentativo del fascismo eterno di inquinare la Storia. 
L'inezia di un francobollo può sembrare appunto insignificante, ma io incontrai Matteotti da bambino nel 1955 proprio raccogliendo francobolli e mi informai sul significato di quelle onoranze che meritava ... non vorrei che i bambini di adesso incontrassero Italo Foschi e pensassero che i suoi meriti di fondatore della squadra di calcio più amata dagli italiani abbiano cancellato la condanna della Storia nei suoi confronti.
Sappiamo che Foschi e molti altri come lui hanno beneficiato dell'indulgenza della Repubblica antifascista che meriterebbe almeno il grato silenzio del fascismo eterno.
Oggi comunque commemoriamo Matteotti che, come scrive Gobetti nel suo ritratto, rimane come l'uomo che seppe dare l'esempio.




* - il volumetto di cui riporto la copertina, stampato nel 1944 con una prefazione di Ruggero Jacobbi, contiene il ritratto che Gobetti pubblicò con la sua casa editrice nel 1924 e il testo dell'arringa che Farinacci pronunciò in difesa di Amerigo Dumini il 25 luglio 1926.  Al momento del processo Gobetti era già morto da alcuni mesi, condividendo la sorte di Matteotti, dopo la vita difficile riservata agli oppositori del regime.

Sonetto muto

   SONETTO MUTO

Quanno che Santo Sirvio se n'annato
in puzza pe' la storia de Luttazzi,
io me so' detto: qua nun ce so' cazzi,
sto sonetto me tocca fallo muto.

Muto vo ddi che nun ce so’ parole,
O, si c'ereno, mo so' censurate,
so' quattordici righe 'ncolonnate
appese ar nulla, vote, bianche e sole.

Ma … si lo scopo der poeta vero
in fonno è cojonare puro i santi
dicenno rosso pe' fa' capì nero …

Quale cojonatura è più potente
de stamme zitto e sbatteje davanti
un fojo 'ntero indove nun c'è gnente?

                                                                                                                 Marzo 2001

Questo sonetto è del 2001 ma, già riproposto agli amici nel 2009, torna ad essere attuale di questi tempi che vedono riemergere le intimidazioni censorie che vorremmo aver dimenticato.
D'altra parte la censura non è mai riuscita nel suo intento fin da quando Pasquino si prendeva il gusto di sfottere il potere pontificio e i suoi personaggi più in vista. E persino Giuseppe Gioachino Belli che avrebbe voluto auto-condannarsi al silenzio, non riuscì a far distruggere i suoi sonetti. Così anche il silenzio ostentato può essere un'assordante reazione all'intenzione di impedire di esprimersi. Molti ricorderanno i radicali di Marco Pannella che per protesta nei confronti della censura si facevano riprendere imbavagliati ... 
Nel 2001 la motivazione del sonetto fu la querela berlusconiana nei confronti di Daniele Luttazzi che poi alla fine della vicenda vinse la causa. Nel 2009 lo riproposi in occasione della manifestazione di Roma, indetta dalla Federazione della stampa italiana per la libertà di informazione. Da allora le occasioni si sono ripetute, in questi giorni, di nuovo, è il momento di dire la mia in silenzio.






Almanacchi del passato

Questo mazzetto di antichi calendarietti e almanacchi è sopravvissuto al passare del tempo e dei suoi vortici che spesso cancellano le testimonianze della vita materiale. Facevano parte del tesoretto di zia Vincenzina che li ha conservati a lungo gelosamente e che io stesso (forse anch'io geneticamente affetto da sindrome conservatoria) ho tenuto da parte per anni, in attesa di esaminarli con qualche attenzione. 
Sono una cosa da nulla, ma risalgono ai primi anni dell'ottocento, e devono essere stati inizialmente raccolti dal nonno di zia Vincenzina, il mio trisavolo Antonio che si era distinto nella repressione della reazione borbonica e che forse, conscio di un suo ruolo nella storia, si era illuso di imbrigliare il tempo conservandoli. Certamente la cosa depone a favore dell'ipotesi sull'origine genetica della mia compulsione a conservare gli oggetti.
A sfogliare i calendarietti si ricava poco, se non l'elenco dei giorni di quegli anni all'inizio dell'ottocento e la suggestione che ne consegue ad immaginare eventi minuti e personali ritagliati nel tempo scandito da caratteri oramai quasi illeggibili (se questo era l'obiettivo a cui il trisavolo mirava, potrei dirgli che ha colpito nel segno).
Più interessanti sono due piccoli almanacchi nei quali si trovano alcune indicazioni e previsioni, stagione per stagione, con un linguaggio ottocentesco non molto dissimile però da quello degli oroscopi odierni: vago e allusivo, sia per raccomandare cautela, sia per promettere una qualche gioia e soddisfazione. 
Curiosamente, in quello datato 1820, l'autore (il Gran Pescatore di Chiaravalle) finisce per fare una specie di marcia indietro quando, al termine della sua lunga tirata sulle stagioni, dichiara: l'Autore di quest'Almanacco si protesta di non predire con certezza li futuri avvenimenti, ne (sic) ciò che dipende dal Supremo Motore delle stelle, e dal libero umano arbitrio. Insomma, mette le mani avanti a scanso di qualche contestazione e quasi scarica la responsabilità di ciò che sarà sia sull'intervento divino sia sul comportamento umano.
Lo stesso Pescatore di Chiaravalle, nell'edizione del suo almanacco del 1832, ripete la sua descrizione delle stagioni con le stesse parole di dodici anni prima, ma questa volta, dopo aver elencato le malattie autunnali (dolori di capo, di denti, tumori, podagre, tisichezze), finisce per citare il colera: Il cholera morbus sarà il solo da non potersi tramandare a noi. Dunque assume un atteggiamento negazionista, anche se in quegli anni il colera si era diffuso fino in Polonia, Ungheria e Germania, e dal 1835 al 1838 si diffonderà in tutta Italia.
A Roma il cholera morbus sarà ribattezzato in romanesco diventando Collera Moribus, forse per evocare l'ira divina e la conseguente condanna a morte. Sarà il protagonista di trentaquattro sonetti del Belli che descriverà le chiacchiere da bar degli avventori dell'Osteria della Gensola, anticipando di quasi duecento anni le polemiche sulla pandemia che ci ha recentemente coinvolti.
E qui si chiude il cerchio, nell'incontro tra un dettaglio dell'almanacco del mio trisavolo e i dettagli di cronaca dei tempi nostri.
 

Almanacchi

Sono questi i giorni del Venditore d'almanacchi che, visti i tempi che corrono, immagino sia piuttosto imbarazzato a cercare di vendere l'anno nuovo facendolo passare per più più assai felice dell'anno passato. D'altra parte il nostro Passeggere, che cerca di confonderlo interrogandolo sulla felicità, finisce per costringerlo ad uno "speriamo" che è in fondo tutto quello che il Venditore può appunto garantire.
C'è di più, credo, nel breve saggio di pessimismo leopardiano, perché alla fine il povero Venditore confuso finisce per prendersi i trenta soldi e raggiunge lo scopo di un attimo di soddisfazione (o felicità) sconosciuto al Passeggere che da parte sua non si trova a suo agio dentro nessun covile o cuna e pensa che la natura gli abbia negato anche la speme che invece il Venditore offre a tutti con successo.
C'è da chiedersi se quell'attimo di felicità (o serenità, o soddisfazione) non l'abbia conosciuto in fondo anche lui, al di là della noia, proprio nel momento in cui ha composto i suoi versi per dire che la felicità e la speranza gli sono negate. In fondo si tratta di un attimo sottratto alla noia. E d'altra parte, per qualcuno la soluzione è proprio questa. Non per niente Mnemòsine conclude il suo dialogo con Esiodo incoraggiandolo a scrivere: prova a dire ai mortali queste cose che sai.

21 dicembre 2023: e ora sono settantasette

E ora sono settantasette anni da quella notte buia e tempestosa *.
Questi ultimi compleanni sono andato snocciolandoli anno per anno, accompagnandoli con un rapido sguardo all’indietro, ora che la memoria tende a ripresentare sempre le stesse immagini (icone del passato) senza che significhino più tanto, ma che segnano il percorso che mi è ormai difficile ricostruire nei dettagli.
E allora questa volta parto da quella fotografia (iconica, appunto) in cui sorrido di fronte alla mia torta di compleanno con quattro candeline. Accanto c’è mia sorella che condivide con me la stessa data di nascita con tre anni di differenza (a proposito: Happy Birthday, Luigina). Così sorride anche lei, come se fosse fiera del suo primo anno compiuto, certamente inconsapevole della conquista raggiunta ma partecipe dell'aria di festa.
In effetti tra i caposaldi della memoria, forse il primo dei miei ricordi, c’è la nascita di mia sorella  appena nata, in un lettino accanto al lettone dei genitori. Una chioma di capelli neri e nient’altro.
E’ da lì che partono due percorsi, il mio e il suo, che si sono incrociati più volte. Nei nostri litigi da bambini (quanto non sopportavo, ahimè, il suo essere una femmina), ma soprattutto nei momenti di solidarietà, come quando, seduti su un divanetto dell’ufficio di mio padre, in attesa di entrare a scuola, lei sei anni ed io nove, le facevo leggere il sillabario per esercitarla alla lettura (lei ora nega, ma sono io che le ho insegnato a leggere).

Poi i percorsi incrociati sono diventati tre, con la nascita di nostro fratello. E qui l’immagine iconica della memoria mostra me e lei in visita a nostra madre in clinica. Mia madre a letto con accanto il nuovo arrivato avvolto in una copertina azzurra. Ci disse che era a letto perché si era fatta male ad una gamba, cascando per rincorrere la cicogna …
Di mio fratello ricordo i giochi in cui lo coinvolgevo cercando di realizzare i sogni della mia infanzia come quello di volare. Lui infatti a tre anni entrava benissimo in un aeroplano di cartone (costruito con innumerevoli dettagli accessori) e poteva volare trasportato da me e Giulio. Non so quanto si rendesse conto della sua fortuna di poter usare quell’aeroplano come noi non avevamo mai potuto fare. 
Nei suoi confronti, io e mia sorella abbiamo svolto un qualche ruolo di tutori e mentori, a volte anche assumendo qualche postura rigida e autoritaria di quelle che solo i bambini e i sadici sanno assumere. Lui ancora adesso se ne ricorda e se ne lamenta un po', ma tant'è, in fondo la psicoanalisi ci insegna che nessun ruolo paterno riscuote pienamente consenso e comprensione.

Il nostro ricordo più importante, a tre, è il viaggio verso Istanbul, inaugurato con una notte di tempesta subito dopo l’uscita dal porto di Napoli. Il ricordo di un mare al massimo della sua ira, intorno allo scafo della San Giorgio, con l’acqua e la grandine che ci piovevano addosso, mentre a prua l’orizzonte si alzava e abbassava portandosi appresso il mare. E quando raggiungeva il punto più alto sembrava ci sarebbe caduto addosso.
Ora è un ricordo strutturato, molto lontano. Più di sessant’anni fa. Ed eccoci qui noi tre, nella foto scattata per il passaporto, pronti ad affrontare il mondo nuovo. 
In effetti quello sulla San Giorgio fu un viaggio di iniziazione, con quella tempesta che ci mise alla prova, per l'eccezionalità dell'evento e per il forte mal di mare.  Per me rappresentò il passaggio dall'infanzia all'adolescenza perché abbandonai definitivamente il giardino dei giochi e affrontai un paese sconosciuto scoprendo il fascino del viaggio e della vita in paesi nuovi. Da allora non mi sono fermato, seminando ovunque ricordi e rimpianti. Ma questa è un'altra storia. Ed è una storia con molti altri protagonisti che hanno intrecciato la loro vita alla mia. Alcuni di loro (troppi) ormai se ne sono andati e non posso fare a meno di ricordarli in questo mio settantasettesimo solstizio d'inverno. 

Per ciò che riguarda i miei fratelli, i nostri tre percorsi continuano ad intrecciarsi e ogni tanto accenniamo a quella notte buia e tempestosa sulla nave. Per me fu la seconda, dopo quella della mia nascita, e fu come una ripartenza.

*

A ghijottina a Roma

Eh!... m'aricordo sì, quei giorni buji
de quanno er Papa vorze fa' er moderno
e dimannò er permesso ar Padreterno
d'usà la ghijottina puro lui.

E Roma? Eh! Roma! Sì! Fu 'na gran festa!
Er popolo, ch'è come 'n regazzino,
'nnava 'n piazza a le quattro der mattino
pe' aspettà che volaveno 'e teste.

E volaveno sì! Madonna e Cristo!
Era come a li tempi de Nerone!
Nun lo po' riccontà chi nun l'ha visto!

Ce lo sanno Targhini e Montanari
ché st'arnese è servito de lezione,
a loro e a tutti l'antri carbonari!

                      Trento, 1989


Oggi, 23 novembre 2023, sono passati quasi duecento anni dall'esecuzione di Targhini e Montanari, carbonari nella Roma papale. Ripropongo qui un mio vecchio sonetto in romanesco che ricorda l'evento. 
La vera protagonista è la ghigliottina e tutto ciò che circondava le esecuzioni in piazza. Trent'anni fa non sapevo di aver rubato un’immagine alle memorie di Mastro Titta (Mastro Titta, il boia di Roma : Memorie di un carnefice) scritte da lui stesso dove, a proposito dell'esecuzione di Targhini e Montanari, si legge:

"Era uno spettacolo imponente. Piazza del Popolo era gremita di gente, come non la vidi mai. Quando vi arrivammo colla carretta i soldati stentarono ad aprirci il varco.”

A leggere quelle memorie si scopre che la realtà supera la fantasia ... o l'orrore immaginabile.