Il settimo sigillo

Sarebbe passato molto tempo perché incontrassi la Morte, così come me la figuravo quando avevo cinque-dieci anni. Infatti l’immagine che me n’ero fatta (da qualche favola, da un quadro medievale, dall'illustrazione di un libro proibito?) aveva proprio le fattezze di quel Bengt Ekerot che ne interpretava il personaggio ne Il settimo sigillo di Bergmann e che avrei incontrato sullo schermo alla fine degli anni sessanta.

Intendo la Morte, con la M maiuscola, il personaggio, non la morte come l’atto di morire. Infatti a quell’età, dell’atto di morire non avevamo paura, anzi ne avevamo visti di cow-boy che morivano nel corso di una sparatoria e cadevano a terra torcendosi. Ed era una nostra arte tutta speciale quella di imitarli nel corso dei nostri giochi: quando si riteneva di essere stati colpiti dal nemico si innescava la finzione scenica della propria morte, spesso al rallentatore e, con la mano sul petto e una smorfia di dolore in viso, cadevamo a terra restando immobili e trattenendo il respiro, supini o bocconi (quest'ultima la posizione migliore per nascondere qualche vibrazione del viso).

La Morte, o il Diavolo, quelli sì che mi facevano paura. E il timore di incontrarli mi faceva correre, per andare da casa mia a quella di Giulio e Mario (un solo piano di scale) facendo gli scalini a due a due, per atterrare con un balzo finale sullo stuoino di fronte alla loro porta e suonare il campanello prima di arrivare a contare fino a tre. Tutte regole codificate per esorcizzare la minaccia, insieme a quella di non pestare le mattonelle rosse che disegnavano una teoria di percorsi sul pavimento delle nostre case.

Non è che fossi sempre attento a queste regole esorcistiche, ma in situazioni particolari sentivo il bisogno di sfidare il soprannaturale, forse solo per rassicurarmi che potevo farcela. Una volta sognai che, percorrendo con un triciclo la zona franca del pavimento, commettevo l’errore di toccare con la ruota una mattonella rossa, provocando l’apparizione del Diavolo che mi assaliva cercando di colpirmi con una piccola forca (forse proprio una forchetta da cucina). Ingaggiavamo una colluttazione, come nella lotta libera che fingevamo di praticare nei nostri giochi, e io riuscivo ad afferrargli il polso, torcergli la mano e affondare la sua piccola forca nel suo stesso petto.

Così il Diavolo moriva come l’indiano che aveva aggredito Gregory Peck nel film L’avamposto degli uomini perduti: la nostra esperienza di guerre e morti diurne mi era venuta in soccorso all’interno del sogno.

* La foto è classica, tratta dal webb.

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