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L'apertura del settimo sigillo


La Morte, dunque, col mantello nero e gli occhi vuoti, agitò i miei sogni e diede corpo alle mie paure per tanto tempo, fino a che, per la prima volta, mi trovai di fronte  alla morte vera e propria, di una persona che conoscevo. 
Fu nei giorni intorno ad un Natale, che quella volta passammo in Calabria insieme alle zie. Sarebbero dovuti essere giorni di festa e invece si riempirono di pena. Michele della Posta, l'ufficiale postale del paese, che ricordo come un omone sorridente e mite, se ne andò in un pomeriggio, nel buio di quei giorni brevi, e mi resi conto improvvisamente che non l'avrei più incontrato.
Questo dunque era morire: mi colpì il nulla in cui era entrato, scomparendo a noi e a se stesso, e immaginai un mare senza mare e un cielo senza cielo, senza nessun orizzonte a congiungerli. 
In seguito, uscito dal romanzo dell'infanzia, avrei nel tempo imparato che il nulla in cui entra chi muore, in realtà invade il mondo di chi resta, che si ritrova in solitudine a ripercorrere i luoghi e a interrogare gli oggetti.
Si capisce così che quella mezz'ora di silenzio che si verifica in cielo, all'apertura del settimo sigillo, è in realtà un silenzio senza fine, insopportabile da immaginare.
 

Il settimo sigillo

Sarebbe passato molto tempo perché incontrassi la Morte, così come me la figuravo quando avevo cinque-dieci anni. Infatti l’immagine che me n’ero fatta (da qualche favola, da un quadro medievale, dall'illustrazione di un libro proibito?) aveva proprio le fattezze di quel Bengt Ekerot che ne interpretava il personaggio ne Il settimo sigillo di Bergmann e che avrei incontrato sullo schermo alla fine degli anni sessanta.

Intendo la Morte, con la M maiuscola, il personaggio, non la morte come l’atto di morire. Infatti a quell’età, dell’atto di morire non avevamo paura, anzi ne avevamo visti di cow-boy che morivano nel corso di una sparatoria e cadevano a terra torcendosi. Ed era una nostra arte tutta speciale quella di imitarli nel corso dei nostri giochi: quando si riteneva di essere stati colpiti dal nemico si innescava la finzione scenica della propria morte, spesso al rallentatore e, con la mano sul petto e una smorfia di dolore in viso, cadevamo a terra restando immobili e trattenendo il respiro, supini o bocconi (quest'ultima la posizione migliore per nascondere qualche vibrazione del viso).

La Morte, o il Diavolo, quelli sì che mi facevano paura. E il timore di incontrarli mi faceva correre, per andare da casa mia a quella di Giulio e Mario (un solo piano di scale) facendo gli scalini a due a due, per atterrare con un balzo finale sullo stuoino di fronte alla loro porta e suonare il campanello prima di arrivare a contare fino a tre. Tutte regole codificate per esorcizzare la minaccia, insieme a quella di non pestare le mattonelle rosse che disegnavano una teoria di percorsi sul pavimento delle nostre case.

Non è che fossi sempre attento a queste regole esorcistiche, ma in situazioni particolari sentivo il bisogno di sfidare il soprannaturale, forse solo per rassicurarmi che potevo farcela. Una volta sognai che, percorrendo con un triciclo la zona franca del pavimento, commettevo l’errore di toccare con la ruota una mattonella rossa, provocando l’apparizione del Diavolo che mi assaliva cercando di colpirmi con una piccola forca (forse proprio una forchetta da cucina). Ingaggiavamo una colluttazione, come nella lotta libera che fingevamo di praticare nei nostri giochi, e io riuscivo ad afferrargli il polso, torcergli la mano e affondare la sua piccola forca nel suo stesso petto.

Così il Diavolo moriva come l’indiano che aveva aggredito Gregory Peck nel film L’avamposto degli uomini perduti: la nostra esperienza di guerre e morti diurne mi era venuta in soccorso all’interno del sogno.

* La foto è classica, tratta dal webb.

Il giardino

Il giardino era il nostro mondo. Avremmo voluto viverci senza limiti, senza tornare mai a casa, immersi in un immaginario cui davamo forma agganciandoci alla realtà variegata delle sue strutture in rovina. Perché le nostre tre palazzine, avvolte da una landa che ci sembrava sconfinata, avevano conosciuto tempi migliori prima della guerra, e prima di essere coinvolte in un bombardamento che aveva decretato il declino delle strutture comuni.
Il giardino, dunque, era abbandonato e tutto a disposizione di noi ragazzini. Gli oleandri e il pitosforo crescevano indisturbati tra le tracce che evocavano il progetto originario della loro scelta e collocazione. Ero convinto che a un tempo ci fosse stata una volontà superiore che aveva disegnato il tutto e che il declino e l’abbandono fossero l’effetto inesorabile del tempo, senza rendermi conto che erano passati meno di dieci anni dall’antico splendore.
L’ho immaginato a lungo il giardino originario, prima di incontrarlo, improvvisamente, dopo più di sessant’anni, in una foto d’epoca dei tempi ruggenti: ordinato, razionale, geometrico … esattamente come l’avevo pensato. Così, il giardino vero e quello che avevo in testa sono divenuti la stessa cosa. Gli oleandri, i muretti, le colonnine di travertino, i cancelli su cui mi arrampicavo sono tornati al loro posto nel loro ruolo originale, saldando il romanzo della mia infanzia alla Storia che aveva lasciato le sue tracce per coinvolgermi.
E poi ho ritrovato la landa tutta intorno, non ancora piegata alla volontà di espansione edilizia, con la sua sabbia e i suoi cespugli. Lo spazio delle nostre avventure dove inseguendo le lucertole trovavamo di tutto: resti di animali, insetti, oggetti perduti e soprattutto quelli che ci sembravano i più preziosi: una miriade di proiettili esplosi e altri più rari reperti bellici seminati da quella Storia ancora presente con i suoi resti imbarazzanti.
La sabbia si estendeva dall’asfalto del lungomare fino alla ferrovia, ben oltre le nostre palazzine, confinando a sud con la pineta e a nord con le strade asfaltate che segnavano il limite del nostro mondo oltre il quale la stazione, la scuola, qualche primo negozio rappresentavano un mondo alternativo e complementare.
Noi giocavamo (o piuttosto vivevamo quella nostra dimensione alternativa) rotolandoci nella sabbia, scavando trincee, combattendo finte battaglie o affrontandoci in vere gare di lotta (con regole improvvisate e spesso discusse capziosamente all’infinito). Ci vietavamo le sassate ma ci lanciavamo come proiettili le bacche del pitosforo, o i cartoccetti di carta soffiati con le cerbottane che ciascuno di noi improvvisava con tubicini di plastica e teneva con la cura degna di un’arma convenzionale (famose le cerbottane multiple a più colpi) preparando con cura i proiettili (cartoccetti saldati in punta con la saliva). Gli oleandri poi ci fornivano di volta in volta un ramo da cavalcare, un arco e le sue frecce, pali per le tende indiane, spade e lance, o finti zufoli e bacchette per i tamburi.
Eravamo forse venti ragazzini e ragazzine di età variabile, i più grandi svolgevano un qualche blando ruolo guida in una società essenzialmente anarchica sempre alla ricerca di regole condivise, mai soddisfacenti, e sempre oggetto di puntualizzazioni maniacali. Come regolarsi quando giocando a campana il sasso finiva sulla riga di demarcazione tra due quadrati? E quali norme giuridiche regolavano lo scambio di parolacce e contro-parolacce? In particolare: per quanto tempo la formula stupido senza risposta impediva all’offeso di replicare?
Mi chiedo a volte se quella vita quotidiana surreale ci abbia tenuto troppo lontano da quella reale o se invece ci abbia preparato al superamento dell’infanzia arricchendo la nostra personalità. Certo è che per noi, ragazzini selvaggi, quei bambini che vivevano in città, a Roma, e che avevano sempre le ginocchia pulite, erano un modello di vita che non avremmo mai potuto sopportare.

Photo acknowledgment: la prima foto è tratta dal sito facebook Ostia (https://www.facebook.com/ostialove1?locale=it_IT); per la seconda ringrazio Elio Maria Magliulo (https://www.facebook.com/magliuloeliomaria) amico dagli anni '50 e complice delle avventure nella landa.