Peppe er Tosto era uno dei modi in cui Giuseppe Gioachino Belli si firmava spesso e volentieri e la locandina che vi mostro annuncia l'omaggio con cui la scorsa settimana ho saldato un debito che da lungo tempo avevo nei suoi confronti. Infatti, per quanto io abbia coltivato fin da ragazzino una passione spontanea nei confronti della poesia in romanesco (era la mia lingua identitaria) ho incontrato Belli solo in età matura … avevo già quarant’anni … quasi quarant’anni fa.
A dire il vero, la colpa di questo ritardato incontro non è stata proprio mia. Il punto è che, in quegli anni cinquanta, Belli era considerato un autore non adatto a ragazzi e signorine, ma invece aveva l'etichetta di autore indecente, sboccato, blasfemo, anticlericale e quindi non adatto ad essere divulgato. Diciamo così: proibito, mentre Trilussa e Pascarella erano più leggibili.
D'altra parte, la stessa vicenda degli oltre duemila sonetti romaneschi, ha contribuito al loro oscuramento. Fatto è che Belli, che non volle mai pubblicarli, ma che anzi raccomandò di distruggerli dopo la sua morte, ha involontariamente alimentato la diffidenza perbenista nei confronti della sua opera e ha permesso la strumentalizzazione dei posteri.
Così, le circostanze della pubblicazione dei sonetti (inizialmente parziale e censurata) e la successiva strumentalizzazione in chiave anticlericale, hanno favorito un equivoco che è durato a lungo e che da una parte ha confinato Belli tra i poeti dialettali, dall’altra ne ha alimentato la fama di oppositore del regime papale e infine, dando troppo peso alla crudezza del suo linguaggio, ne ha diffuso la nomea di scrittore licenzioso ai limiti del pornografico e del blasfemo.
Tutto ciò ha impedito o ritardato la diffusione di Belli tra il grande pubblico che gli ha invece preferito i più convenzionali Trilussa e Pascarella. Eppure, già nel 1924, Belli aveva avuto il primo grande riconoscimento da parte di Giorgio Vigolo che lo aveva paragonato a Dante e, qualche anno più tardi, da parte di Antonio Baldini che riprendendo l’accostamento aveva intitolato “Er Commedione” una scelta di sonetti da lui curata. Oggi poi, nell’introduzione all’edizione Einaudi dei sonetti (2018), Pietro Gibellini, curatore dell’opera, non esita a riconoscere che “i fratelli mentali del Belli hanno nome Giacomo Leopardi, Alessandro Manzoni e, sì, Dante Alighieri”.
Ma l'equivoco resiste e quando cito questi giudizi gli amici mi guardano con aria di sufficienza benevolente. Li capisco, certo, e lascio che mi tacciano di blasfemia letteraria ... in fondo in questo modo mi sento accomunato a Peppe er Tosto ...

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