8 marzo: omaggio a Tuta e Aghita

Tuta e Aghita sono due ragazze romane, create dalla penna di Giuseppe Gioachino Belli, e ingiustamente intrappolate nella cattiva fama che ha circondato a lungo un certo numero di sonetti del Commedione (pochi peraltro), giudicati osceni e non adatti alla libera pubblicazione*.
Sì, perché negli otto sonetti, che le riguardano, raccolti sotto il titolo Le Confidenze de le Regazze, Tuta e Aghita si trovano a scoprire il sesso, tra ingenuità e curiosità ribelle, fino a restare maldestramente incinte e inchiodate a seguire il destino delle ragazze madri del tempo, costrette a partorire in segreto e a rinunciare al figlio, o a essere emarginate come svergognate, o a finire nel giro delle prostitute.

All’inizio della loro storia, è Tuta che parla (forse delle due la più ingenua) e che confessa all’amica un suo rovello:

Aghita, senti: da un par d’anni boni
l’ommini, io più li guardo e meno pozzo
arivaje a capì che ssii quer bozzo
che ttiengheno tramezzo a li carzoni.

E conclude dichiarando che appena possibile chiederà informazioni a un giovane … un certo Felice (appena viè er cugnato della sposa, a accompaggnà la sora Beatrice…).

Possiamo sorridere, certo, forse Belli esagera un po’ nell’attribuire a Tuta tanta ingenuità (Aghita, che sembra essere appena appena più scafata, ascolta e tace), ma Tuta è così candida che siamo portati a crederle. In fondo Belli lascia anche intendere che la curiosità di Tuta nasce da un impulso sconosciuto che la ragazza non si azzarda a rivelare: forse è attratta da quel cugnato della sposa (cusì bon giuvenotto è quer Felice) ed è coraggiosamente determinata ad avvicinarlo con la scusa della semplice curiosità.

Naturalmente il bon giuvenotto coglie l’occasione e seduce Tuta che reagisce meravigliata con un misto di disgusto e di compiacimento, tanto che riferisce ad Aghita l’esito dell’incontro con commenti confusi e contraddittori, e a questo punto è  Aghita stessa che vuole incontrare anche lei Felice per verificare di persona:

[...] che c'è de male
de vedé si er  giuchetto de Felice
facennolo co un'antra è ttal'e quale,

Eccole dunque le due ribelli che nella Roma del primo 800, prive di educazione affettiva (come si direbbe oggi), affrontano un gioco sconosciuto in un misto di reticenze e di slanci, senza sapere di andare incontro a un destino già scritto in una società che non perdona. Così, gli ultimi due sonetti della raccolta raccontano un epilogo amaro, in cui le confidenze cambiano tono e ruotano intorno alla scoperta inattesa di essere incinte. Il settimo si chiude con l'improvvisa illuminazione di Tuta:

Oh che luce de dio! Mo l'ho capito
quer lavore ch'edè: gnente de meno
che quello che ppò ffà moje e marito!

E l'ottavo ci mostra la prima tappa di un triste calvario,  nelle parole di Aghita :  

Tratanto io sto accusì: vomito e tosso;
sini er pane, ch'è pane, nun lo tocco,
e ppe la vita nun ciò ssano un osso.

Mamma spaccia ch'è stato lo scirocco
che ha fatto diventamme er corpo grosso;
ma ppoi me manna a villeggià a Ssan Rocco.


Dunque Tuta e Aghita, finiscono all'ospizio di San Rocco dove si ricoverano le donne che vogliono sgravarsi segretamente ... Non abbiamo invece notizie sulla sorte del bel Felice, ma possiamo immaginare che sia uscito di scena senza conseguenze e abbia continuato il suo percorso da giovane di successo …

E allora oggi, che è l’otto marzo, voglio ricordare Tuta e Aghita come due eroine di un mondo scomodo e oppressivo per le donne, sicuro che Belli farebbe lo stesso, lui che già duecento anni fa le ha celebrate con la sensibilità con cui ha rappresentato molte altre figure femminili.

Mi piace pensare che oggi le due regazze non si scambierebbero più le loro confidenze sottovoce, ma rivendicherebbero in piazza i loro diritti di donne. Oggi che ancora ci troviamo a doverne discutere, a partire da quell’educazione sentimentale che manca nelle scuole e che avrebbe aiutato Tuta e Aghita ad evitare il peggio.

Resterebbe da commentare la presunta indecenza dei sonetti, legata al linguaggio franco e audace con cui Belli fa dialogare Tuta e Aghita. Di fatto tutti i personaggi del Commedione usano questo linguaggio, che per quanto considerato riprovevole dal perbenismo dominante è di fatto innocente, e in bocca alle due ragazze fa invece tenerezza.


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La vicenda dei sonetti indecenti è piuttosto curiosa. Quando Luigi Morandi pubblicò nel 1889 la prima edizione commentata dei sonetti, in sei volumi, raccolse nel sesto quelli che, appunto, avrebbero potuto turbare il perbenismo dei lettori.  E il volume fu venduto in busta sigillata per non destare scandalo. Gli otto sonetti delle Confidenze furono esclusi anche da questo e videro la luce solo nel 1949.

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Per un ampio commento alle Confidenze de le Regazze vale la pena di leggere un breve saggio di Pietro Gibellini pubblicato nel 2014 su QUADERNI VENETI, in open access all'indirizzo:

https://edizionicafoscari.unive.it/media/pdf/article/quaderni-veneti/2014/1/art-10.14277-1724-188X-QV-3-1-2-14-19.pdf

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Il testo completo dei sonetti a cura di marcello Teodonio si trova nella digital Library  INTRATEX all'indirizzo:

https://www.intratext.com/IXT/ITA1554/

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La prima immagine è un particolare di una stampa di Bartolomeo Pinelli (Costumi di Roma 1809?)
La seconda è ancora di Pinelli (è così che mi immagino Tuta) 
La terza immagine è di Filippo Mazzoni (Popolana in costume, 1840-1850): mi sembra più adatta a rappresentare Aghita.







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