SONETTO MUTO
Quanno che Santo Sirvio se n'annatoin puzza pe' la storia de Luttazzi,io me so' detto: qua nun ce so' cazzi,sto sonetto me tocca fallo muto.
Muto vo ddi che nun ce so’ parole,O, si c'ereno, mo so' censurate,so' quattordici righe 'ncolonnateappese ar nulla, vote, bianche e sole.
Ma … si lo scopo der poeta veroin fonno è cojonare puro i santidicenno rosso pe' fa' capì nero …
Quale cojonatura è più potentede stamme zitto e sbatteje davantiun fojo 'ntero indove nun c'è gnente?
Marzo 2001
Questo sonetto è del 2001 ma, già riproposto agli amici nel 2009, torna ad essere attuale di questi tempi che vedono riemergere le intimidazioni censorie che vorremmo aver dimenticato.
D'altra parte la censura non è mai riuscita nel suo intento fin da quando Pasquino si prendeva il gusto di sfottere il potere pontificio e i suoi personaggi più in vista. E persino Giuseppe Gioachino Belli che avrebbe voluto auto-condannarsi al silenzio, non riuscì a far distruggere i suoi sonetti. Così anche il silenzio ostentato può essere un'assordante reazione all'intenzione di impedire di esprimersi. Molti ricorderanno i radicali di Marco Pannella che per protesta nei confronti della censura si facevano riprendere imbavagliati ...
Nel 2001 la motivazione del sonetto fu la querela berlusconiana nei confronti di Daniele Luttazzi che poi alla fine della vicenda vinse la causa. Nel 2009 lo riproposi in occasione della manifestazione di Roma, indetta dalla Federazione della stampa italiana per la libertà di informazione. Da allora le occasioni si sono ripetute, in questi giorni, di nuovo, è il momento di dire la mia in silenzio.

Nessun commento:
Posta un commento