La lavagna che ho di fronte è di quelle di una volta sulle quali si scrive col gesso e si cancella con un feltro o uno straccio. Di rado è perfettamente pulita. Succede solo quando la ragazza che a sera passa a sistemare gli studi mi chiede il permesso di cancellare la rete di segni accumulati nei giorni, ed io, dopo aver resistito per mesi, annuisco a malincuore. Allora lei usa un panno bagnato e la superficie della lavagna torna perfettamente nera. Resta solo a volte una specie di grossa pennellata di gesso leggera, uno sbaffo largo quanto lo straccio che passando ha lasciato una traccia di polverino. È ciò che rimane dei granuli di gesso che prima erano disposti a formare segni, appunti, simboli, grafi, equazioni che avrei voluto stessero lì per sempre e sui quali avrei continuato a scrivere cancellando il minimo per ottenere un nuovo spazio.
Sì, passano mesi prima che mi decida ad accontentare la ragazza che, se fosse per lei, cancellerebbe tutto ogni giorno. Ma è difficile rinunciare a quei segni che, anche confusi, cancellati e riscritti mille volte, riflettono pensieri e ragionamenti, idee appena abbozzate, passaggi chiave che utilizzerò prima o poi, ipotesi che so essere illusorie ma a cui non voglio ancora rinunciare e che tengo lì, in attesa di una luce che non arriva. Quella specie di riflesso della mia mente che la lavagna conserva e continua a mostrarmi, alimenta in sottofondo un lavorio, magari inconscio, che spero prima o poi dia i suoi frutti. Poi, quando alla fine mi arrendo, lo straccio bagnato della ragazza azzera tutto e si comincia daccapo. Magari si inizia scrivendo di nuovo quello che rimane ancora in mente e che lo straccio non ha potuto cancellare.
Quando si collabora con qualcuno, la lavagna mostra i segni tracciati con due grafie diverse ed è specchio di due menti distinte, ma anche produce l'immagine di un’unica mente, diversa dalle singole e capace di parlare ad entrambe.
Qualche decennio fa, io e un amico lavorammo per mesi su una lavagna grande come la parete dello studio, e alla fine, quando raggiungemmo il risultato sperato, non c’era più spazio su cui scrivere. Rimanemmo a guardare i tracciati lungo cui si snodava il procedimento e ci accorgemmo che il percorso che si era sviluppato passo per passo conteneva andirivieni che potevano essere semplificati. Così cominciammo a cancellare i circoli viziosi uno alla volta, e alla fine dell’operazione ottenemmo un percorso limpido e diretto. Come per magia (ci dicemmo) era avvenuta una specie di rivoluzione copernicana e il nostro risultato metteva in luce la struttura nascosta del problema fornendo una soluzione che permetteva di comprendere meglio il fenomeno che descrivevamo matematicamente. Quando dovemmo cancellare tutto, ci dispiacque al punto che facemmo una foto da conservare nel tempo.
Credo che su qualche altra lavagna siano passati eventi certamente più importanti. Spesso immagino che a Los Alamos Enrico Fermi e gli altri del progetto Manhattan discutessero di fronte a lavagne sulle quali si fece la Storia. Allora mi chiedo se anche nel loro laboratorio passasse una ragazza delle pulizie e lasciasse quel solito sbaffo di gesso a cui si riducevano i loro ragionamenti. Chissà se qualcuno di loro si è mai accorto del monito premonitore che quella polvere lanciava a loro e all’umanità intera.
.jpg)
.jpg)
.jpg)
Nessun commento:
Posta un commento