Il dramma delle Fosse Ardeatine di cui ieri ricorreva l'ottantunesimo anniversario, ha un epilogo che inizia col processo a Priebke e si conclude con la sua morte a cento anni.
Non sto qui a ricostruire tutta la vicenda che nei dettagli può essere rintracciata in rete, ma col sonetto che riporto qui a fianco e che fa il paio con quello più sotto che ricorda l'eccidio del 24 marzo 1944, cerco di concentrarmi sul giorno della sentenza per fissare la memoria cruciale degli eventi.
Scrissi infatti i due sonetti nel 1996 (qualcuno li ha già letti quando li ho pubblicati qualche anno fa) nelle giornate che seguirono la sentenza ipocrita poi annullata dalla Corte di Cassazione. Sentenza surreale e ridicola per quell'uso del termine illiceità per indicare la strage e per la natura delle attenuanti applicate ... quali quella di non avere reiterato il reato ... Eppure pronunciata senza pudore ... Incautamente, però, perché la reazione fu forte e indignata di fronte all'enormità dello stravolgimento furbesco della realtà.
D'altra parte lo stesso atteggiamento ambiguo e furbesco ha caratterizzato il trattamento di altri criminali nazisti come Kappler e Reder che furono reclusi nel carcere militare di Gaeta, ma con tutti i comfort possibili, incluso il servizio da parte di un attendente, spesso, per giunta, scelto tra i giovani obiettori di coscienza che in quegli anni erano rinchiusi nello stesso carcere per il loro rifiuto del servizio militare.
Ma tant'è: sappiamo che la Storia procede cercando di cambiare tutto in modo da non cambiare nulla, e si fa strada tra la sabbia in cui cerca di seppellire le sue proprie scorie che spesso imbarazzano la coscienza.
Sappiamo anche che Priebke ha infine vissuto indisturbato fino a cento anni, continuando a rivendicare la normalità della barbarie che lo ha visto protagonista. Lo ha potuto fare grazie alla garanzia dei diritti umani che lui ha invece negato alle sue vittime, fino all'ultimo. Ma questo è ciò che distingue la civiltà dalla barbarie.


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