25 aprile e dintorni


Il 25 aprile del ‘45 fu festa nelle piazze di tutta Italia per quella svolta della Storia, attesa tanto a lungo, ma che sembrava non sarebbe mai arrivata.
Non so quando la liberazione raggiunse mio padre che, il 10 maggio ’45, scriveva sulla prima pagina del suo taccuino: “Quasi un mese dalla liberazione. Non immaginavo allora che sarei rimasto ancora tanto tempo in Germania e proprio a Wietzendorf dove ho passato momenti tanto difficili”.
La sua liberazione, all’arrivo degli alleati, emerge da qualche suo racconto che non sono in grado di collocare nel tempo: la fuga improvvisa dei tedeschi dal campo di concentramento, l’entusiasmo degli internati, l’arrivo di un nuovo contingente di SS che riprende il controllo e rischia di far precipitare la situazione, l’abbandono definitivo del campo con l’arrivo degli americani che per prima cosa cercano di rimettere in sesto gli uomini fiaccati dalla fame (il primo cucchiaio di minestra fu come ricevere un pugno nello stomaco).
Ma non è di quei giorni che voglio ricostruire la memoria, anche se potrei cercare di mettere in fila i frammenti della narrazione. E’ quel dieci maggio che mi interessa, perché è quello il momento in cui mio padre, lasciata indietro l’emergenza della fame, pensa al futuro, e lo fa ripromettendosi di certificare il passato con un diario degli eventi suoi personali a partire da quell’otto settembre che era stata la fine e l’inizio di tutto. Forse perché in quel momento si rende conto che lasciandosi alle spalle il passato occorre mettere a fuoco quella nuova identità che è venuta maturando nei due anni quasi completi che lo dividono dall’otto settembre.
Certo non ha vissuto direttamente la guerra civile e la ferocia degli eventi che hanno insanguinato l’Italia in quei due anni senza senso, ma ne ha intercettato l’eco nel modo in cui i tedeschi hanno gestito i campi di concentramento e nella presenza degli italiani collaborazionisti che hanno girato per i campi cercando di reclutare aderenti alla repubblica di Salò: “Ancora della propaganda fascista. E’ venuto un ufficiale repubblicano, accompagnato da altri ufficiali tedeschi e ci rifilano dei lunghi soliti discorsi tipo “Barbarie rossa, vie consolari, fedeltà all’alleato, civiltà millenaria, ed altre fregnacce!”, scrive nel suo diario il 12 ottobre 1943.
Ora sono passati quasi tre quarti di secolo dal suo ritorno in Italia (trenta chili col cappotto e gli zoccoli), e lui se n’è andato già da tempo. Ogni 25 aprile lo immagino a Wietzendorf nell’atto di iniziare a scrivere quel diario che termina improvvisamente a pagina cento, forse al momento del rimpatrio, quando la sua attenzione sarà assorbita da nuovi eventi. Ci sono dentro alcuni dei suoi racconti che senza retorica segnano il percorso verso il 25 aprile, suo personale ma credo anche collettivo.

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