Nomadland

Per me Nomadland è un bel film, al di là dei premi ricevuti a vario titolo e del consenso di critica che in Italia è stato peraltro mediamente tiepido. E al di là della polemica suscitata su La Repubblica da un intervento all’interno della rubrica di Francesco Merlo. Penso che si può essere o meno d’accordo sui giudizi espressi, ma che in ogni caso sia bene motivare il proprio, ed è quello che voglio tentare di fare, per quel che vale il mio parere.  

Dunque il film. La vicenda ruota intorno al minimalismo delle giornate di Fern, nomade per scelta, sullo sfondo dei deserti americani dove la geologia speciale e la vastità degli spazi riduce a un nulla l’esistenza umana. Fern, e i suoi amici nomadi, sono i testimoni di una realtà sociale poco visibile che in America vive accanto a quella più ufficiale, fatta di MacDonald affollati, corrieri di Amazon, Mall commerciali, quartieri di case borghesi (ciascuna col suo giardino sul retro dove un canestro da basket attende sempre il momento in cui si eserciterà l’estro di un padre che spende il weekend a giocare col figlio ragazzino).

Il film mette in scena questo mondo di nomadi con lo stile del documentario (peraltro è ispirato all’inchiesta giornalistica di Jessica Bruder) e, esclusi Frances MacDormand e David Strathain che interpretano Fern e Dave, ciascun personaggio sullo schermo interpreta il se stesso della vita reale. Dave, Linda May, Bob Wells, Swankie, Derek e gli altri personaggi che Fern incontra occasionalmente, raccontano la loro vita agli altri e parlano tra di loro come se stessero portando la loro testimonianza all’interno di un’inchiesta giornalistica, di fronte ad un operatore. E’ il linguaggio del film, ed è un linguaggio che funziona, attenuando la drammaticità della condizione umana ed evitando la retorica. Così come funziona la scelta dei paesaggi che i nomadi attraversano, perché evita la facile messa in mostra di meraviglie naturali che avrebbero avuto il sapore di attrazione turistica. Resta la silouette di qualche cactus saguaro a significare la specialità di quel deserto, o i piani ravvicinati di quello che, come un totem, domina l’area delle riunioni dei nomadi. Chi conosce questo cactus speciale, che vive solo in una fascia del deserto dell’Arizona, ne capisce il significato simbolico, perché sa che costituisce un ricettacolo di vita e di resistenza di fronte al deserto.

Dunque un film che non è solo denuncia di un fenomeno sociale, ma tocca con discrezione l’abisso interiore di chi si trova a fare i conti con la propria esistenza e, nell’incontro tra paesaggio (infinito nel tempo e nello spazio) e il proprio dramma, senza retorica, trova la forza di vivere. La suggestione che ne deriva non è tanto dovuta al fatto che la realtà geologica millenaria e imponente sovrasta l’essere umano, quanto dal sentire che la solitudine e la vastità del paesaggio rivelano la vastità della solitudine interiore.

Non sono barboni Fern, Linda e gli altri. Loro malgrado contribuiscono in qualche modo al funzionamento del sistema economico che rifiutano perché se ne sentono schiacciati. Quel centro Amazon in cui Fern lavora stagionalmente (una struttura imponente che evoca le astronavi della fantascienza) è il punto di contatto tra due mondi incompatibili, la porta che apre agli alieni di  Nomadland l’accesso al mondo degli altri alieni, quelli che abitano il cuore o i margini delle città gigantesche. Chissà chi riceverà il pacco che Fern sta confezionando, chissà se si renderà conto che sta ricevendo un messaggio in una bottiglia.

E tuttavia Fern non vuole varcarla quella soglia, e resiste alle offerte di aiuto e di affetto della sorella che, lei sì, vive al di là della grande porta. O all’invito di Dave, nomade rinnegato che alla fine la varca e si perde dietro i vagiti di un nipote appena nato. Fern semplicemente non può fermarsi per non sentire il vuoto che è seguito alla morte di Bo e alla cancellazione di Empire (ma si sa che in America tutto si fa e tutto si distrugge per poi rifare tutto). E noi spettatori ce ne rendiamo conto per quel colloquio finale con Bob Wells che rivela la vertigine interiore di entrambi. Quando Bob, che si nasconde dietro ai pistolotti antisistema che propina agli altri nomadi, rivela a Fern che è il suicidio di un figlio a spingerlo on the road, nella confusa e disperata convinzione di vederlo apparire da un momento all’altro. Come quel signor Sommer di Patrick Suskind che senza sosta percorre le colline del villaggio in cui vive, spinto da un’ansia di cui non conosciamo l’origine e che finiamo per riconoscere come una componente ineliminabile della condizione umana.

Credo che questo sia il momento più alto del film: senza insistere o piangersi addosso Bob, questa specie di Babbo Natale bonario, smette le sue prediche e con voce mozza ci mostra l’abisso, confrontabile solo con la vastità e l’eternità del deserto.

Il coro di storie parallele dà poi spessore al racconto. Quella di Swankie che affronta la morte serenamente svanendo nella natura e quella invece di Derek che percorre la strada verso un futuro confuso e non sa consegnarsi alla quieta vita contadina della ragazza di cui è innamorato, che forse non apprezzerebbe la poesia che vorrebbe scriverle.

In questa storia collettiva, sono i nomadi, che con la loro scelta incomprensibile che rasenta una quieta follia, come una moderna Sibilla, sollevano il velo che avvolge la realtà per mostrarci una verità che non riusciamo a raggiungere.

Ecco perché penso che Nomadland sia un bel film. Forse qualcuno dirà che ci ho visto troppo più di quanto la stessa regista abbia inteso. Ma non è forse sempre così, di fronte all’opera che vive di vita propria oltre le motivazioni dello stesso autore? D’altra parte, per essere onesto, mi rendo anche conto che il mio è un giudizio di parte visto che quelle strade che Fern percorre col suo furgone le ho percorse anch'io, non come nomade, e nemmeno come turista, ma piuttosto come osservatore piccolo-borghese che vuol conoscere il paese che lo ospita vivendone la realtà. Il film mi ha infatti riportato la suggestione provata nel percorrere le strade d’America, attraversando quei vasti territori dove ho sfiorato senza fermarmi le realtà descritte, e ho fatto incontri imprevisti, fino all’epifania di quel dinosauro enorme che attende chiunque ai margini della freeway.

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