8 settembre 1943


 8 settembre 1943: ore 17.  Il lavoro al Comando di reggimento è enorme. Domani mattina tutto il reparto comincia lo spostamento per rientrare in Italia. Munizionamenti, bagagli ufficiali, armi pesanti, sono già convogliati sulle tradotte. Gli uomini s’incammineranno a piedi. I reparti tedeschi che ci sostituiscono nelle postazioni hanno già occupato i nostri posti. Da mezzanotte di oggi il Comando tedesco assume il controllo della zona: i nostri reparti sono tutti in gran daffare. Al Comando s’impacca e s’imballa tutto. Ho deciso, dato il rientro in Italia, di comprarmi una radio per portarmela con me. Sono le 17. In bicicletta mi reco a Le Levandou a comprarmi la radio. E’ una cinque valvole: contratto per cinquemila franchi. Do mille franchi di caparra. Domattina presto manderò l’attendente con il resto del denaro a ritirare la radio. 

   L’8 settembre 1943, mio padre ha da poco compiuto ventisei anni ed è euforico per il programmato rientro in Italia. Il romanzo della sua prigionia inizia così e si dipana attraverso le cento pagine di questo suo diario incompleto e i tanti episodi che negli anni cinquanta racconterà a noi figli e agli amici. Non sarà mai compiuto: molti dettagli dei suoi racconti si perdono nella mia memoria e molte domande che non osai fare restano senza risposta. E’ un romanzo nel romanzo della mia infanzia, incompiuti l’uno e l’altro, ammesso che la compiutezza abbia senso e che piuttosto non siano la sfocatura e l’indeterminatezza il vero carattere e la vera suggestione di un romanzo giocato sulla memoria.

   La cronaca dell’8 settembre ’43 ha da sempre riempito le pagine di volumi e articoli di storia ed io stesso ho appreso di quel giorno e della sua dinamica su quelle pagine. Solo mezzo secolo più tardi ho potuto leggere questo incipit che dà spessore umano alla data storica e mi restituisce un padre ragazzo, quasi spensierato nonostante gli anni di guerra trascorsi, e ancora distante dalle tragedie che pure già si consumano ovunque in Europa.

   Prima di seguirlo nella vicenda della sua prigionia non posso non soffermarmi ad immaginare e cercare di capire i suoi pensieri e le sue opinioni di quei giorni. Ha ventisei anni, è nato e cresciuto nel pieno di quel processo di costruzione del fascismo tramite l’operazione lucida e consapevole di fascistizzazione dello stato, è stato un giovane fascista abbagliato e illuso: dove pensava di arrivare quando è iniziata la guerra? E ora cosa pensa? Quanto si rende conto del punto cui è arrivato, e di quello che lo aspetta? E’ un fatto comunque che l’11 settembre, quando gli verrà proposto di collaborare, preferirà tener duro e subire la prigionia. 

   La deportazione vera e propria comincia il 23 ottobre e insieme cominciano la fame e il freddo. Il viaggio verso la destinazione finale a Deblin, in Polonia, dura quindici giorni durante i quali lui e i suoi compagni vengono fiaccati nel fisico e nel morale. La cronaca di quei giorni, nelle sue parole conferma puntualmente racconti e ricostruzioni storiche. In un libro recente in cui con una narrazione densa e corale, viene ricostruita la vicenda dei militari italiani internati dopo l’8 settembre (M. Avagliano e M. Palmieri: I militari italiani nei lager nazisti: una resistenza senz’armi) ho ritrovato puntualmente quanto mio padre scrisse e descrisse: sembra quasi che tutte le vicende dei 650000 I.M.I. possano essere narrate compiutamente attraverso la storia di uno solo di loro: un’unica storia dai nomi diversi (único y solitario mar de nombres diversos).

   Scorrendo il libro trovo scritto da Avagliano e  Palmieri:

Nella migliore delle ipotesi i tedeschi concedono pochi minuti di sosta ai prigionieri nei campi o nelle stazioni, dove si verifica lo “spettacolo pietoso e ignominioso” …. di dover fare i propri bisogni sotto lo sguardo di “sentinelle armate fino ai denti” …

E lo ritrovo nelle parole del diario di mio padre:

(Il 4 novembre) A Kutno durante una sosta i tedeschi ci fanno discendere perché possiamo soddisfare i nostri bisogni più urgenti. Fa un freddo violento. La stufa dentro il vagone non può più funzionare per mancanza di carbone. Mentre piegati, lungo una scarpata, adiacente al binario, in lunga fila, soddisfiamo i nostri bisogni, una sentinella tedesca, un omuncolo piccolo e grasso, con gli occhiali, ridacchiando invelenito, scatta una fotografia agli ufficiali italiani proni nell’umile posizione.

Quello della fotografia è solo un particolare in più che indigna e ricorda altri momenti della storia dell’occupazione nazista in Europa. Di nuovo: un solo episodio dai nomi diversi. Ancora venti anni dopo, quando mio padre ne parlava stringeva i denti.

   In questo 8 settembre 2021, i protagonisti di questa deportazione sono tutti scomparsi: mio padre già prematuramente trent’anni fa, altri forse ancora prima della liberazione, come forse quel tenente Pastore che mio padre salutò prima che venisse ricoverato nell’infermeria del lager e che non vide più tornare.  Anche l’omuncolo piccolo e grasso sarà ormai scomparso, e quella sua fotografia, che forse avrà mostrato con fierezza ad amici e parenti, sarà forse stata distrutta prima che il suo autore si dileguasse nella nebbia del dopoguerra. Resta però nelle parole scritte e narrate da mio padre come il fulcro di un ingranaggio di una macchina complessa che ha condizionato la vita di milioni di persone e che pesa ancora sulla coscienza.

   Anche sulla nostra, se rinunceremo a coltivare la memoria di ciò che è stato.

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